Cina: per la pace senza atteggiamenti imperialisti

China-90th-anniversary-CPC-300x168La Cina non è in alcuna maniera paragonabile agli Stati Uniti, questi infatti depredano, rubano e affamano i popoli, convincendoli che qualcuno, forse, magari in un giorno lontano, pure tra di loro, ce la potrà fare, perché questo è il modello a stelle e strisce, in cui uno emerge, mentre migliaia sprofondano, un modello culturale fondato sulla sopraffazione, in cui vince solo il più forte. Proprio in ragione di questo modello gli Stati Uniti cercano, con le unghie e coi denti, di rimanere i più forti, scatenando guerre civili molto più presentabili dei colpi di stato di nixoniana memoria, sebbene il risultato finale ponga Obama e Nixon di fronte alla storia come autori dei medesimi efferati delitti ai danni di svariati popoli.

La Cina al contrario non ha intenzioni prevaricatrici, non intende imporre il proprio modello di vita. anzi, crede che la crescita e lo sviluppo delle altre nazioni, non già il loro assoggettamento, siano la garanzia di una solidarietà e di una amicizia tra i popoli che si può rivelare forte e durevole, costitutiva di un mondo di pace. Senza capire questo non si capirebbe la straordinaria crescita di relazioni politiche e interscambi economici tra la Cina e molte nazioni di tutti i continenti. L’Africa finalmente ha i mezzi e la tecnologia per liberarsi dal neocolonialismo occidentale, il Venezuela un supporto fondamentale per la Rivoluzione bolivariana, in Asia l’adesione della Cina nel 1991 all’ASEAN, l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico, ha garantito nel 1997, quando le tigri asiatiche  – e la Sudcorea in particolare – tremavano sotto i colpi della crisi economica eterodiretta da Clinton, impegnato nella disperata ricerca di fondi per rappezzare il debito e la bilancia commerciale statunitense, di salvarsi grazie alla liquidità cinese. In Europa basterebbero i casi del porto del Pireo, al collasso economico e salvato da Pechino, allo stesso modo delle due case automobilistiche svedesi Volvo e Saab, salvate da due fabbriche cinesi.

Le linee di tale attività internazionale sono state espresse quasi un decennio fa da Hu Jintao (15 ottobre 2007 – 17° congresso del PCC), coniugando il futuro della Cina a quello del mondo, destini non disgiunti e non disgiungibili. La cultura da cow-boy degli statunitensi prevede che il mondo possa anche bruciare, purché i loro interessi e il loro sistema consumistico siano salvi. I cinesi ragionano in maniera diametralmente opposta, ovvero, credono che solo un mondo in pace, in cui i popoli siano rispettati e possano vedere riconosciuti i loro diritti, a partire da quelli più elementari alla vita, al lavoro, alla casa, all’assistenza sanitaria, alla tutela degli anziani e all’educazione, possa essere capace di futuro.

Le due potenze si muovono di conseguenza, una promuove la depredazione materiale e la morte per fame e per lavoro di venti milioni di esseri umani ogni anno, una strage silenziosa e dimenticata, gli altri si preoccupano di stabilire relazioni bilaterali che garantiscano l’affermazione dei diritti nei quali credono.

La propaganda occidentale però ci racconta che l’Occidente e gli Stati Uniti sono democratici ed esportano la democrazia, mentre la Cina sfrutterebbe le altre nazioni. È un evidente ribaltamento della realtà, ma, almeno nell’opinione pubblica occidentale, effettuato con grande successo.

Torniamo a Hu Jintao, il grande statista cinese così si esprimeva: “dobbiamo mantenere l’orientamento verso una cultura socialista avanzata, portare avanti con slancio lo sviluppo culturale socialista, stimolare la creatività dell’intera nazione ed estendere lo sviluppo culturale per garantire al meglio gli interessi fondamentali del popolo, arricchire la vita culturale nella società cinese e ispirare l’entusiasmo del popolo per il progresso.” Tale impegno culturale è la pietra miliare per la costruzione di una società “moderatamente prospera ed armoniosa”, in cinese “xiaokang shehui”. Incredibile osservare come la cultura, prima ancora del progresso scientifico – tecnologico, il quale per altro ne è un risultato, sia posta a fondamento del percorso di sviluppo nazionale e della pace mondiale. In parte possiamo riconoscere sia il risultato di un approccio marxista verso al realtà, capace, pur dentro necessità produttivistiche, di mantenere vivo e alto l’orizzonte umano.

Tale prosperità ed armonia sono anche la linea diplomatica, economica e culturale seguita nelle relazioni internazionali della Cina, la quale, a ragione, ritiene che senza armonia e prosperità diffuse e condivise, si alimentino soltanto l’odio, il sentimento di rivalsa, la volontà di ribaltare relazioni internazionali diseguali e ingiuste.

Hu Jintao riprende il concetto di “società moderatamente prospera ed armoniosa” sulla rivista del partito ”Qiushi” nel gennaio 2012. Dapprima sottolinea quanto sia importante far conoscere la Cina e la cultura cinese, i suoi valori rispettosi e non aggressivi, al resto del mondo, quindi ritorna sulla necessità di un impetuoso e multiforme sviluppo culturale interno: “la costruzione della cultura è una parte importante nella costruzione del socialismo con caratteristiche cinesi, lo sviluppo di una prosperità culturale rappresenta un importante obiettivo per costruire una società moderatamente prospera ed armoniosa.” A fronte delle difficoltà a spiegare le idee e i valori della Cina Hu Jintao non si nasconde che vi è una duplice campagna occidentale, volta a diffamare la Cina a livello planetario e a promuovere dentro la Cina modelli consumistici, un’infiltrazione ideologica e culturale in cui l’Occidente dispiega ingenti risorse: “vi sono forze ostili che agiscono per un processo di omologazione e occidentalizzazione del mondo”. Per citare una delle più evidenti dinamiche di contrasto della cultura cinese, si pensi solo a quanto sono osteggiati i film di Zhang Yimou, le sue due ultime pellicole “Sotto l’albero di biancospino” e “I fiori della guerra” hanno avuto in Europa scarsissima risonanza e pessima e limitata distribuzione, al contrario di tanta pattumiera cinematografica anticinese, ma spacciata per cinese, che popola i festival, utilizzata per consolidare l’idea della scarsa democrazia della Cina e quindi, in ultima analisi, fomentare l’odio anticinese in Occidente.

La stessa strategia militare cinese non ha nulla di imperialistico, anzi è volta ad osservare gli insegnamenti taoisti, di Lao Tze e di Confucio, grandi maestri del periodo “delle primavere e degli autunni” e delle “cento scuole di pensiero”, contemporaneo alla fondazione di Roma e al suo periodo monarchico. Con la differenza che mentre a Roma ci si dedicava al ratto delle sabine e il diritto romano era ancora lontano, in Cina si sviluppava una cultura ricca e plurale che rappresenta uno dei punti più alti della storia umana. Per altro, va ricordato che Mao, grande studioso del confucianesimo, trarrà dalle cento scuole storiche la celebre frase degli anni ’50: “Cento fiori fioriranno, cento scuole si apriranno.”

La dottrina militare d’epoca confuciana è ispirata dalle parole del generale Sun Tzu, autore de “L’arte della guerra”, nel quale esprime la dottrina “wu wei”, ovvero “non intervenire”. Sun Tzu diceva: “chi eccelle nel condurre la guerra piega gli eserciti avversari senza dare battaglia, espugna le città nemiche senza gettarsi all’assalto, distrugge gli altri regni senza protrarre oltre il necessario gli scontri.” Sun Tzu alla forza preferiva insomma la diplomazia, il dialogo, la conoscenza dell’avversario, preferiva la pace al conflitto, il convincimento razionale a quello delle armi.

Il “non intervenire” quindi come dimensione che privilegia il pensiero sull’azione. Molti secoli dopo quella strategia di amicizia, dialogo, relazioni commerciali non prevaricatrici sarà praticata dal grande navigatore Zheng He, conosciuto tra gli arabi, dopo la sua conversione all’Islam, come Haji Mahmud e vissuto tra il 1371 e il 1434. Con le sue navi Zheng He stabilisce scambi commerciali con l’Africa e l’Asia. Alcuni ritengono abbia raggiunto tanto l’Oceania, quanto l’America meridionale, ma proprio le modalità rispettose dei popoli con cui effettuava gli scambi commerciali, che in ogni caso hanno apportato grande ricchezza alla dinastia Ming dell’allora sovrano Zhu Di, detto “Felicità perpetua”,  “Yongle” in cinese, hanno fatto perdere di lui memoria, una volta che la brutalità sanguinaria degli occidentali, in particolare portoghesi in Africa e Asia e spagnoli nelle Americhe, ha preso il sopravvento.

In ragione di tutto ciò Zheng Bijian, già vicepresidente esecutivo della scuola centrale del partito e poi capo dell’Istituto Cinese per la Strategia, lo Sviluppo e l’Innovazione può affermare: “la via cinese dello sviluppo pacifico si accorda con le tendenze della storia, volte alla realizzazione di una comunità mondiale in armonia.”

D’altronde Cina e Russia svolgono dentro il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite un ruolo fondamentale per impedire guerre e aggressioni imperialistiche, per le quali la NATO cerca la copertura dell’ONU. Il contributo di Cina e Russia alla pace mondiale è davvero di enorme rilievo, ma anche in questo caso è misconosciuto dall’Occidente.

Proprio Cina e Russia hanno dato vita prima allo SCO, ovvero l’Organizzazione di Shangai per la Cooperazione, che le vede unite insieme ai paesi centro-asiatici ex sovietici in un quadro di collaborazione e scambio commerciale, quindi hanno costituto i BRICS, insieme a India, Brasile e Sudafrica, ribaltando la logica prevaricatrice del G8 occidentale e fondando nel 2013 una nuova banca mondiale capace di sostenere le nazioni di Africa, Asia e America Latina, da decenni affossate dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.

Per contrastare l’affarismo speculativo delle multinazionali legate al dollaro e alla sua irreversibile corsa verso il baratro (si legga “La bolla del dollaro”, ottimo libro al riguardo) al fine di smentire i trucchetti contabili delle criminali agenzie di rating: Standard and Poor’s, Moody’s e Fitch, la Cina ne ha fondata una indipendente Dagong, Dagong Global Credit Rating, riuscendo là dove l’Europa non ha ancora provveduto, sebbene abbia da tempo deciso di costituirne una.

Venticinque anni fa ne avevo diciassette e mi sono schierato a fianco dei miei coetanei cinesi in piazza Tien An Men in lotta contro Deng Xiao Ping. Mi alzavo nelle albe di quel maggio ‘89 per sentire la sola voce che arrivasse da là, quella di Ilario Fiore, inviato della Rai per la radio, non c’era internet, non c’erano inviati e immagini televisive, alle sei del mattino arrivavano le ultime e più aggiornate notizie, che portavo a scuola alle mie assonnate compagne. Venticinque anni dopo constato che loro ed io sbagliavamo e Deng Xiao Ping aveva assolutamente ragione. Deng Xiao Ping, uno dei più grandi politici del Novecento, ha permesso alla Cina di passare dalla pur meritoria scodella di riso maoista – che ha vinto l’atavica fame dei tempi della decadenza imperiale – al primato mondiale in campo economico, scientifico, tecnologico. Si pensi al teletrasporto di atomi realizzato dal laboratori di fisica guidati da Jian Wei Pan nel maggio 2013. La Cina infatti è oggi la prima nazione al mondo in campo economico e scientifico, sebbene l’Occidente non l’ammetta, risolvendosi a certificarlo quando oramai sarà una realtà consolidata da diversi anni. Solo in campo militare la Cina è ancora seconda agli Stati Uniti e questo al momento è un pericolo non solo per lei, ma per la pace mondiale. I cinesi sanno bene infatti che la salvaguardia della pace e la tutela del loro primato economico-scientifico potrà avvenire solo attraverso la parità strategico – militare con gli Stati Uniti, i quali da sempre minacciano chiunque non si assoggetti ai loro  voleri.

Dentro questo scenario stupisce la lentezza con la quale l’Europa si muova. È infatti pachidermicamente asservita all’alleato atlantico e priva di quell’autonomia che la porterebbe a riconoscere nella Cina un interlocutore privilegiato, sola salvezza per un continente popolato da anziani e scarsamente competitivo. Al contrario il Vecchio Continente, quando può, si schiera supinamente con gli Stati Uniti, come nel caso dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, in cui si continua a pretendere unilateralmente che i cinesi mettano a disposizione delle multinazionali occidentali materie prime e “terre rare”, ovvero quei minerali particolarmente pregiati di cui la Repubblica Popolare è ricca e di cui essa stessa necessita per sostenere la sua crescita.

Dovrà passare ancora molto tempo probabilmente prima che l’Europa capisca che la Cina è molto più affidabile e corretta degli Stati Uniti, speriamo tuttavia ciò non avvenga troppo tardi. Certo nell’eurocrazia finanziaria vi è un doppio vincolo frenante, il servilismo verso l’ideologia liberista e il sostanziale anticomunismo, che cerca in ogni modo di vietare la parola “comunista” dentro le istituzioni e i documenti europei. I disastri sociali di questi anni dimostrano come l’Europa sia vittima del “consenso americano”, quella teoria neo-con inventata a Washington alla metà degli anni ’80 per piegare all’uniformità antisociale i governi amici e quelli sottoposti ai vincoli del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Tale consenso è stato gestito in maniera dialogante con gli alleati, più ruvida col resto del pianeta, a cui non si sono risparmiate dittature militari ed economiche, come quella cilena, che ne è un tragico esempio, o quella instaurata nel 1987 in Burkina Faso con l’assassinio di Thomas Sankara.

Pechino non organizza il “consenso cinese”, non ha modelli da imporre, ricette economiche da dettare, tuttavia i cinesi sono consapevoli che i macroscopici ed epocali errori statunitensi non solo non sono da ripetere, ma porteranno a breve alla definitiva certificazione della fine del “secolo americano”, uno strano e drammatico secolo iniziato nel 1945 e di cui stiamo assistendo agli ultimi violenti e sanguinari sussulti, da Kiev a Caracas. Una strategia pericolosa perché non esclude la guerra, non solo economica, verso la Cina.

Tuttavia, se la logica guerresca e da Far West del mostro bicefalo democratico – repubblicano eviterà la cruenta crudezza del confronto militare, quelli che stiamo vivendo sono i primi anni del secolo cinese. I due secoli, quello americano e quello cinese, infatti, nella stagione di passaggio, si sovrappongono, con tutto il carico di tensioni che una tale situazione porta con sé, ma anche con il grande privilegio – per noi – di assistere a un cambiamento storico di portata epocale. La Cina per fortuna aderisce profondamente ai principi delle coesistenza pacifica, elaborati nella seconda metà del Novecento. Li condivide forse anche per il loro intrinseco confucianesimo. Essi sono: non aggressione, non ingerenza negli affari interni delle altre nazioni, rispetto delle integrità territoriali e della sovranità giuridica di ciascuna nazione, coesistenza pacifica in un quadro di dialogo e confronto paritario tra tutti i paesi.

Si aprono quindi anni improntati a una certa serenità, seppur pesantemente offuscata da un lato dal collasso ecologico planetario, che la Cina combatte con primati invidiabili di scelte ambientaliste, dalla produzione eolica e solare alle produzione di automobili elettriche e ibride, dall’altro dall’imprevedibile ma immaginabile tentativo, ancorché disperato, dell’Occidente di perpetrare il suo dominio sfruttatore sulla terra e sui popoli che la abitano.

La Repubblica Popolare non è il Celeste impero, ma sa con chiarezza che tutto ciò che si muove sotto il cielo deve trovare la propria armonia. Il mondo, per gli oltre trecento milioni di studenti cinesi, tutte e tutti frequentanti le scuole e le università, nessuno escluso, ha al centro la Cina, come possono osservare nelle carte geografiche delle loro aule, liberate dal nostro vizioso eurocentrismo retaggio dell’epoca coloniale e colonialista. La Cina, i cinesi e Xi Jinping, attuale presidente, sono chiamati a esercitare questo nuovo ruolo di guida mondiale. A loro la responsabilità di costruire l’armonia del secolo cinese.

Davide Rossi, direttore dell’Istituto di Storia e Filosofia del Pensiero Contemporaneo (ISPEC, Locarno)

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