“Shuiyin Jie – Trap Street”, un film contro la Cina

cina_rossi_GCUna regista cinese che nasconde il suo vero nome dietro uno pseudonimo occidentale: Vivian Qu, già un po’ insospettisce, ma come dire, si rischia di essere tacciati di preventiva ostilità e quindi mi reco con cuore aperto alla proiezione del suo film: Trap street.

La trama è presto detta. Un ragazzo lavora per l’agenzia comunale di Pechino che procede alle cartografie delle vie e alla registrazione dei nuovi palazzi che vi si costruiscono. Il giovane si innamora di una bella ragazza che lavora in un palazzo e in una via che sulle cartine non devono finire, essendo la strada e la sede di un laboratorio segreto. La sua insistenza nel frequentare quella via negli orari più disparati, per provare a incontrare l’amata, e alcuni dati su chiavette usb persi dalla ragazza e trafugati, di cui il ragazzo ritrova il supporto informatico e diligentemente lo restituisce, non evitano da parte delle autorità di polizia di far rientrare il giovane tra gli indagati.

La storia di per sé potrebbe essere ambientata in qualsiasi paese del mondo, il trafugamento di dati sensibili ovunque darebbe vita a indagini di verifica sulla loro sottrazione, in Italia, come negli Stati Uniti. Tuttavia qui il fine è evidente, ovvero imbastire un’immagine della Cina come luogo di un feroce e ingiustificato controllo poliziesco. Far passare la Cina come un paese cattivo e violento.

È un’operazione politica vergognosa, il solito squallido teatrino nel quale si cerca solo apparentemente di parlare di cinema, utilizzandolo per camuffare una evidentissima operazione diffamatoria. Ritornano in mente, profetiche e veritiere, le parole del presidente della Cineteca Russa in chiusura del Festival di Locarno di questo anno, quando constatava amaramente che i grandi festival offrono in molti casi contributi e visibilità ai registi di Russia e Cina a patto che propongano opere in cui si parla male di questi due paesi.

In conclusione ci troviamo di fronte a un’opera cinematograficamente brutta, con tutti i limiti tecnici e di recitazione del caso, ma soprattutto a un ennesimo e pessimo esempio di cinema di propaganda anticinese, la conferma di una deriva ideologica che attanaglia non già i comunisti cinesi, ma i loro detrattori.

Davide Rossi, direttore dell’Istituto di Storia e Filosofia del Pensiero Contemporaneo – Locarno

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