Dal Gold Standard al nuovo salvataggio di UBS e Credit Suisse

Il candidato repubblicano alla Casa Bianca, Mitt Romney, ha proposto il ritorno a una politica monetaria basata sul “Gold Standard”. Fuori dalle righe si tratta di una grave provocazione nei confronti della Cina: Mattia Tagliaferri del Partito Comunista ci spiega il perché in questo approfondimento pubblicato sul Corriere del Ticino e su Sinistra.ch.

La campagna per le elezioni presidenziali statunitensi è ormai entrata nel vivo. Tra i tanti argomenti in discussione ce n’è uno che dovrebbe suscitare particolare interesse anche in Svizzera e più in generale in tutto il mondo: il possibile ritorno della moneta statunitense ad una forma di Gold Standard, un sistema monetario basato sull’oro. Va ricordato che l’attuale sistema monetario mondiale è invece un “Dollar Standard”, cioè un sistema basato sul dollaro, mentre il sistema precedente – finito nell’agosto del 1971 per decisione unilaterale degli Stati Uniti – si chiamava Gold Exchange Standard e prevedeva che il solo dollaro fosse convertibile in oro, ad un tasso fisso di 35 dollari l’oncia. Tutte le altre valute erano a loro volta convertibili in dollari e potevano richiedere la conversione dei dollari posseduti in oro. Il dollaro rappresentava dunque l’oro nelle riserve. Da quel momento però gli USA cominciarono a stampare troppa moneta e le conversioni aumentarono di conseguenza; così il 15 agosto 1971 gli USA ruppero la parità dollaro-oro, annunciando che da quel momento un dollaro assunse il valore di un dollaro.

La proposta di un ritorno al sistema aureo – presumibilmente un Gold Exchange Standard “allargato” – è probabilmente un paniere composto dalla valuta USA, dall’euro e dalla valuta di qualche altro paese con forti riserve auree, con il compito di rappresentare l’oro nelle riserve altrui. Questo perché, come vedremo in seguito, i dollari in circolazione sono presenti su scala globale in quantità eccessiva rispetto alle riserve auree degli Stati Uniti. La somma delle riserve d’oro di Stati Uniti ed Eurozona viaggia invece di poco sotto alle 20.000 tonnellate, le quali non sono comunque molte rispetto al circolante delle due valute dollaro-euro. Considerato però che l’oro tedesco – si parla di 3396 tonnellate in lingotti – è custodito all’estero, in buona parte a Fort Knox (1536 tonnellate) e nei caveaut di Bank of England (450 tonnellate) – retaggio degli esiti della seconda Guerra Mondiale – si potrebbe un po’ malignamente pensare che la futura base aurea dell’ipotetico nuovo Gold Exchange Standard terrà conto anche di questo. Certamente una simile situazione permetterebbe agli USA di non dare grande peso all’euro, o addirittura non darne minimamente. Il campanello d’allarme sulla sicurezza di proprietà dell’oro germanico lo fa suonare la Corte dei conti tedesca, la quale ha chiesto un inventario delle riserve auree di Berlino e insistendo per un rimpatrio di buona parte dei lingotti. Il 23 ottobre la Bundesbank ha fatto sapere che questa opzione non è percorribile in quanto c’è fiducia nei confronti dei custodi delle ricchezze tedesche, ma il giorno successivo la posizione è leggermente cambiata, in quanto è stato comunicato che nei prossimi cinque anni verranno portati da New York in Germania 50 tonnellate all’anno. Questo dal punto di vista monetario, ma vediamo quello politico.

La proposta in questione arriva dal candidato repubblicano Mitt Romney, il quale ha annunciato che in caso di elezione darà vita a una Gold Commission incaricata di valutare la concretizzazione del progetto. Con ciò i repubblicani aprono esplicitamente la discussione sul sistema monetario attuale basato sulla pura moneta di carta, vero e proprio canale di produzione di capitale fittizio. La proposta è consequenziale infatti ai sempre più gravi problemi riscontrati dall’economia USA nello smerciare i debiti in dollari ad altri paesi, i quali storcono sempre più il naso quando sono costretti ad accettare di ingrossare le proprie riserve con questi effetti. Che la cosa sia seria, lo dimostra la reazione al tentativo dell’Iraq di Saddam Hussein di vendere il proprio petrolio in euro – vera causa scatenante della guerra nel 2003 – la minaccia di Gheddafi di adottare un dinar d’oro per le transazioni libiche e la conseguente reazione dei servizi segreti occidentali e del Qatar, o il più recente esempio della Corea del Sud che, nonostante abbia un esercito che risponde ufficialmente a Washinton, ha deciso nei mesi scorsi di allargare le proprie riserve di renminbi a scapito quindi dell’incameramento di nuovi dollari e relativi titoli di debito. La conseguenza è che il ruolo del dollaro quale valuta internazionale di riferimento sta venendo messo in discussione, come dimostrato anche dal fatto che la Cina – dallo scorso 6 settembre – compra petrolio a Russia e Iran pagandolo in yuan.

Un ritorno al Gold Exchange Standard non sarebbe però indolore, in quanto dal 1971 ad oggi la produzione di capitale fittizio (dollaro e titoli di debito in dollari) da parte degli USA è stato particolarmente ingente, e – stando ai dati del World Gold Council – tutto l’oro estratto nel mondo da sempre è valutato attorno ai 10 trilioni di dollari, ovvero una buona approssimazione dell’attuale offerta di moneta M2 (il circolante, le attività finanziarie utilizzabili come mezzo di pagamento, i traveler’s cheque e tutte le attività finanziarie che hanno liquidità elevata e valore certo in un qualsiasi momento futuro) negli Stati Uniti. Washington potrebbe quindi parificare il dollaro con l’attuale valore dell’oro solamente se fosse in grado di controllare e stivare tutto l’oro estratto nella storia dell’uomo. Il valore di mercato dell’oro in mano al governo statunitense equivale approssimativamente a 250 miliardi di dollari, ovvero circa il 2,5% dell’offerta monetaria USA attuale, ma poiché il capitale fittizio statunitense cresce ogni giorno a ritmo vertiginoso, domani questo valore sarà già diminuito. In parole povere un eventuale ritorno al Gold Exchange Standard porterebbe a una fortissima svalutazione del dollaro. Un evento che andrebbe a danneggiare coloro che detengono grosse riserve in dollari, i quali – paradossalmente ma non troppo – non sono, o meglio non dovrebbero essere, gli statunitensi. In un sistema come quello attuale infatti, basato sulla capacità del paese detentore della valuta internazionale di riferimento di scambiare il capitale fittizio prodotto con delle merci dal valore reale, il peso della cartastraccia deve finire, per definizione, ai prestatori di ultima istanza dell’ingranaggio: sennò cosa ci guadagnano gli USA dal ruolo di “principi monetari”? L’agonia del dollaro ha però cambiato molte cose: ad oggi infatti il ruolo di maggior detentore di dollari nelle riserve appartiene alla Federal Reserve (Fed), ovvero la banca centrale degli Stati Uniti; seguono Cina, Giappone, Gran Bretagna e se invece si considerano anche i fondi sovrani – in parte investiti in parte no – sbucano anche i produttori petroliferi del Golfo.

È proprio il ruolo della Fed in quanto principale detentore di debiti in dollari a spingere i vari Romney a riproporre il ritorno a un sistema aureo. Le politiche dei Nixon, Kissinger, ecc. dell’inizio degli anni Settanta non prevedevano certo che gli Stati Uniti dovessero “pagare il conto per la cena”, cioè il loro debito monetario: il dollaro era per gli USA semplicemente la moneta, non un debito, mentre per tutti gli altri era e doveva essere un problema. Oggi il dollaro è diventato – tramite gli eccessi della Fed – un problema anche per gli Stati Uniti. Quali le soluzioni allora? Ricordiamo che la politica economica di un paese è data da tre strumenti: i tassi d’interesse, la quantità di moneta, l’azione fiscale. I tassi di riferimento USA sono allo 0,25% e non si possono abbassare ulteriormente, altrimenti tutti si metterebbero in fila per farsi regalare dollari. La quantità di moneta prodotta è esplosa: 1300 miliardi di dollari di deficit addizionale sul bilancio federale nel 2011, e addirittura peggio nel 2012. Queste immissioni di nuova moneta sono state pagate per il 61% dalla Fed medesima che si è comprata i titoli di debito, i cosiddetti bond. Come se non bastasse, la stessa ha deciso di iniettare 40 miliardi di dollari ogni mese per sostituirsi alle attività di Fannie Mae (assieme a Freddie Mac è l’azienda privata ma con supporto governativo, specializzata in emissione di mutui, fondata durante il New Deal) e quindi per finanziare i muti ipotecari. Se la Fed compra il 61 %, vuol dire che tutti gli altri comprano solo il 39% dei nuovi titoli del tesoro USA: altro che Grecia. Cosa succederà quando il 61% della Fed arriverà all’80%? La crisi del 1923 in Germania iniziò ad avvitarsi intorno al 70% di auto consumo del marco da parte della banca centrale tedesca. La manovra sulle tasse potrebbe dare un po’ di fiato, in quanto una valutazione del prelievo fiscale USA contro quello europeo mostra abbondanti  margini di miglioramento. Ma anche per quanto riguarda le tasse l’agibilità non è però molta, visto che quando si tratta di far pagare qualcosa ai ricchi, da sempre nascono insormontabili cautele. Si pensi ai regali di George W. Bush fatti ai milionari sotto forma di sgravi fiscali e alle conseguenti situazioni quali le dichiarazioni dell’imprenditore Warren Buffet, che denunciava di avere una prelievo fiscale – in proporzione al reddito – pari alla metà di quello della sua segretaria. In questo campo l’aria tira quindi da tutt’altra parte, per cui meglio far pagare le stravaganze dei miliardari newyorkesi ai paesi esteri. Come si vede, gli USA sono nelle condizioni dell’asino di Buridano, e non sanno decidere.

Una manovra come quella del ritorno ad una base aurea del sistema monetario può però essere vista come un vero e proprio attacco preventivo ai BRICS e in particolar modo alla Cina, uno dei principali detentori di dollari. I cinesi, che proprio disattenti non sono, hanno da tempo deciso di dotarsi di un’assicurazione contro la forza militare statunitense, adottando una strategia completamente diversa da quella dell’URSS, svenatasi nella corsa agli armamenti. Questa assicurazione sulla vita è composta da più di 3200 miliardi di dollari di riserve di valute internazionali (circa 4000 se si calcolano pure Hong Kong e Taiwan, comunque Cina), e di questi forse più di 1300 miliardi direttamente in dollari. Se gli USA – a seguito dell’aumento della tensione a livello internazionale – dovessero divenire una minaccia militare anche per la Cina (già lo sono per mezzo mondo, quindi la cosa non va esclusa), il gigante asiatico potrebbe rispondere con una clava monetaria, lasciando in pace le testate nucleari.  Una manovra semplice quanto distruttrice, ovvero con l’immissione delle riserve in dollari di Pechino gettate di botto sul mercato, come ha minacciato di fatto Guo Shuqing, presidente  della Chinese Securities Regulatory Commission, il 14 settembre 2011 dal Quotidiano del Popolo: “Molte persone e politici temono che la Cina userà il potere finanziario per raggiungere i propri scopi politici o militari. Non credo a ciò perché la Cina ama la pace, ha come priorità lo sviluppo e tiene ancor di più alla stabilità globale. Distruggere il mercato finanziario mondiale significa una perdita enorme per noi”. Certamente i cinesi sanno quello che fanno e sono pacifici, ma se costretti non si sa mai: forse il punto è proprio questo; forse i repubblicani – e non solo loro – non ne possono più di essere tenuti a bada dai dollari in mano ai cinesi; forse accarezzano l’idea della grande svalutazione preventiva, per togliere di mano ai cinesi questa garanzia di non belligeranza.

In questo contesto internazionale così precario la Svizzera non ha una parte indifferente. Si pensi al ruolo che ricoprono UBS e Credit Suisse (CS) nella finanza internazionale, e conseguentemente come importanti accumulatori di dollari. La stabilità delle principali banche del Paese potrebbero quindi essere messe nuovamente in discussione dallo scossone che verrebbe provocato da un’ingente svalutazione del dollaro, sia perché una fetta considerevole delle riserve della banca sono in dollari – e quindi buona parte del patrimonio di UBS e CS perderebbe valore da un momento all’altro – sia perché il franco svizzero aumenterebbe ulteriormente la sua posizione di valuta rifugio, in quanto detentore di una cospicua riserva d’oro. Il valore del franco si apprezzerebbe di molto e in maniera rapidissima, di fatto vanificando la politica della BNS della fissazione del cambio minimo con l’euro; inoltre delle grosse realtà come UBS e CS verrebbero assalite dai grossi risparmiatori statunitensi in cerca di un luogo sicuro in cui depositare i propri risparmi. L’introduzione di tassi d’interesse negativi – come avvenne negli anni Sessanta – di cui già si sta parlando e che già si sono già visti nelle aste delle obbligazioni francesi e tedesche a partire dall’inizio dell’estate, sono probabilmente il segno che qualcuno ha già intuito quel che potrebbe accadere o addirittura ne è al corrente. Anche i tassi negativi non sarebbero però probabilmente sufficienti a frenare una corsa del franco all’adesione all’euro, il quale diverrebbe a quel punto l’unica possibile garanzia contro un apprezzamento insostenibile della moneta svizzera. Con un ritorno ad un sistema monetario su base aurea, UBS e CS si ritroverebbero quindi con sempre più dollari in cassaforte e conseguentemente un progressivo impoverimento della stessa, e – visto quanto ci ha insegnato la storia recente – ci sono buone possibilità che le banche accorrano verso la richiesta di un salvataggio con denaro pubblico ampiamente rivalutato. Questa possibilità è pure stata paventata dal vicepresidente della BNS, Jean-Pierre Danthine, in un’intervista pubblicata il 19 ottobre da Finanz und Wirtschaft.

Non è però detto che uno scenario simile possa avverarsi solo in caso di elezione di Romney e solo dopo le elezioni presidenziali statunitensi del 6 novembre. L’attuale presidente Barack Obama si trova infatti con il grosso grattacapo del superamento del tetto del debito, la cui deroga approvata dal Senato lo scorso anno – la quale ha permesso alla Fed di stampare ulteriori obbligazioni – è scaduta nel mese di giugno e la fatidica soglia potrebbe anche essere superata in questi giorni. Nel caso in cui il Senato – dove la maggioranza democratica non è affatto certa – non approvi una nuova deroga, gli USA andrebbero in default tecnico e l’amministrazione Obama si troverebbe costretta a licenziare tutti i funzionari federali e nel pieno del periodo elettorale: a quel punto per Obama sarebbe impossibile riuscire a farsi dare un secondo mandato. L’amministrazione democratica potrebbe pertanto accettare di discutere il ritorno al Gold Exchange Standard formato terzo millennio e all’avvio di una linea dura nella guerra economica contro la Cina, in cambio di una seconda proroga sul tetto del debito che permetta di arrivare perlomeno alle elezioni. Forse è quello che si nasconde dietro il “ritorno in Asia” di Hillary Clinton e forse è per questo che il Giappone si è messo a rubacchiare isolotti alla Cina; anzi, alle Cine, visto che sia Mainland sia Taiwan rivendicano le isole contese come madrepatria, in un inedito asse Pechino-Taipei.

L’eventualità che in Svizzera ci si debba confrontare rapidamente con un secondo salvataggio UBS, questa volta comprendente pure CS, è quindi possibile, e la classe politica – almeno quella non appartenente alle lobby finanziarie – così come la popolazione farebbero bene a prenderne atto, in modo da essere pronti a bloccare l’ennesimo regalo miliardario a chi in questa crisi ha contribuito a portarci. Sicuramente lasciar andare UBS e CS ad un eventuale fallimento non è concesso alla Svizzera, visto che in ballo ci sono molti posti di lavoro e i risparmi di molte famiglie, ma certamente ci sarebbe permesso reclamare un ruolo decisionale all’interno di quella che è la politica dei citati istituti bancari. Diciamo che ciò dovrebbe essere fatto in maniera proporzionale al denaro versato e in base alla quotazione del momento, e non quindi al massimo del titolo, come accade per un qualunque azionista. In parole povere sarebbe il caso di seguire il vecchio detto “pagare moneta, vedere cammello”. In termini concreti questo vorrebbe dire trasformare l’ennesimo regalo ai milionari, nella creazione di un fondo pubblico interno destinato a finanziare un piano annuale d’investimento preparati da UBS e CS stesse con le forze sociali ed economiche, il quale dovrebbe essere poi sottoposto a votazione popolare, analogamente a quanto viene fatto con un referendum obbligatorio. Una volta accettato, UBS e CS dovrebbero accordare una parte dei propri crediti, a tassi ridotti, all’esecuzione del piano e alle aziende di produzione “non fittizie” presenti nella Confederazione. In particolare le micro imprese, quelle giovanili, quelle a guida femminile, quelle al di sotto di una determinata soglia di persone. Il concetto è: usando fondi pubblici il tutto deve rimanere pubblico, per cui se si salvano le banche, esse devono diventare pubbliche per la parte del salvataggio e la liquidità immessa non deve tornare nel circolo del capitale fittizio. Non si pagano le tasse per ingrassare gli americani: la parte salvata non deve quindi pagare il capitale fittizio USA e dei nostri milionari, ma deve essere utilizzata per creare economia reale.

Sembrerà strano, ma questa si chiama economia socialista di mercato, come quella che si fa in Cina, e potrebbe essere una giusta risposta alla crisi in parte descritta in questo articolo. Ma potrebbe essere condotta anche senza aspettare la fase più dura della crisi; essa infatti è una politica in contrapposizione a quel che si è invece voluto fare sino ad ora in Svizzera come presunta politica anti-crisi: ovvero una mera collettivizzazione dei debiti e una privatizzazione degli utili, col beneficio dei soliti pochi soggetti nazionali ed esteri.

Mattia Tagliaferri, Dipartimento Politica nazionale del Partito Comunista

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