Il “socialismo di mercato” cinese in confronto all’URSS e alla Jugoslavia

Rispetto al processo di analisi della categoria teorica (e realtà storica) del “socialismo di mercato”, va segnalato con piacere un interessante saggio di A. Gabriele e F. Schettino del 2012, intitolato “Market socialism as a distinct socioeconomic formation internal to the modern mode of production”.

Il socialismo di mercato si differenzia innanzitutto da quello di matrice sovietica, a partire dagli studi di O. Lange e dall’esperienza Jugoslava del 1950/88, perché il processo di formazione dei prezzi dei mezzi di produzione e mezzi di consumo viene affidato al suo interno principalmente al processo di decisione relativamente autonomo delle singole unità produttive, sempre di proprietà collettiva: tale fenomeno si verificò nell’area Jugoslava specialmente dopo il 1965, in Cina dopo il 1979. A partire dal 1980, infatti, nel gigantesco paese asiatico lo stato conferì un certo grado di autonomia alle imprese fissando “un contratto, tra dirigenti delle imprese” (di stato) “e ministeri, che stabilisce da un lato gli obbiettivi produttivi da raggiungere in un orizzonte di 3-4 anni e la quota da conferire allo stato, dall’altro gli obblighi finanziari” (tasse) nel giro di pochi anni, soprattutto dopo il 1988, le aziende statali diventarono soggetti in buona parte autonomi sul piano giuridico ed economico.

Inoltre il livello microeconomico/aziendale di matrice socialista acquisisce anche il potere principale (ma non esclusivo) di determinare “quanto e cosa produrre”, a partire dal rapporto tra fondo di consumo dei lavoratori e fondo di accumulazione, oltre che dal processo di selezione concreta dei prodotti finali verso cui indirizzare la produzione delle singole unità produttive: in Jugoslavia uno dei centri principali delle decisioni microeconomiche iniziarono ad essere i collettivi dei lavoratori, già a partire dal 27 giugno del 1950.

In terzo luogo, a differenza che nel socialismo ipercentralizzato di matrice sovietica, sussiste e si riproduce nel socialismo di mercato un grado (variabile) di concorrenza tra le singole unità produttive che operano nello stesso settore (ad esempio in quello automobilistico): in modo tale che il “mercato”, inteso come l’insieme dei consumatori dei diversi oggetti d’uso (gli acquirenti di automobili, nel caso specifico), decide in via principale – anche se non esclusiva – quale sia l’impresa che produce gli oggetti d’uso migliori in termini di rapporto tra prezzo e qualità rispetto ai “concorrenti”.

Rispetto all’argomento stimolante del rapporto/scelta tra pianificazione e mercato all’interno del processo di sviluppo del socialismo, Gabriele e Schettino hanno sicuramente ragione nell’affermare che “l’esperienza storica ha mostrato che l’alto e sempre crescente grado di complessità dell’economia moderna, legata alla sua continua e stratificata accumulazione di conoscenze da parte di numerosi e diversificati attori, non consente semplicistiche o supercentralizzate soluzioni al problema-chiave della gestione/governance”, mentre proprio l’economia pianificata di tipo sovietico ha mostrato di essere “troppo rigida” per essere in grado di assorbire “l’innovazione” tecnologica e scientifica, di matrice autoctona o estera.

Ma altresì è  sempre l’esperienza storica che mostra i disastri economici a cui porta il “mercato” – seppur operante con imprese ed unità produttive di tipo socialista e collettivizzante – se essa viene privato della guida di una seria e vincolante pianificazione sulle linee-guida del processo economico, a partire dal tasso di accumulazione/consumi e dalla dinamica di distribuzione (settoriale e geografica) degli investimenti nel socialismo di mercato.

Il caso jugoslavo del 1950/88 ha provato che il mercato senza pianificazione crea inevitabilmente:

–          crisi periodiche di sovrapproduzione e fasi recessive (1974 e 1980/83), come nel capitalismo;

–          asimmetrie di sviluppo tra le diverse zone geopolitiche della stessa nazione, e crescenti contraddizioni tra di esse;

–          asimmetrie di sviluppo tra i diversi settori produttivi della stessa nazione;

–          aumenti dei prezzi di consumo ed intensità a volte di notevole peso ed intensità;

–          privilegi corporativi nei settori produttivi meglio posizionati.

Infatti all’interno dell’economia jugoslava si verificò, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, che “la libera economia di mercato” basata su aziende socialiste autonome “moltiplicò i beni di consumo a disposizione, ma produsse anche inflazione”.

Alla base della disputa sui vantaggi della programmazione centrale contro la libera economia di mercato c’era il conflitto di interessi tra le diverse repubbliche della federazione, tra il Nord, prospero e industrializzato, e il Sud, contadino e impoverito. Il reddito medio della popolazione in Croazia era quasi doppio rispetto al reddito in Bosnia, Montenegro e Macedonia; in Slovenia, era due volte e mezzo più alto. La Serbia occupava una posizione intermedia, cui contribuivano la ricca provincia settentrionale della Vojvodina (provincia autonoma, all’interno della Serbia) e il Sud povero di Kossovo e Metohija. Le differenze si accentuarono con l’introduzione dell’economia di mercato: ogni anno, Croazia, Slovenia e Vojvodina diventavano più ricche e Bosnia, Erzegovina, Montenegro, Macedonia, Kossovo e Metohija più povere. Tito era perfettamente consapevole del problema, come disse a Dedijer. “Per molti anni ho lottato in campo internazionale per mettere fine alla pauperizzazione di grandi parti del mondo. I paesi ricchi diventavano sempre più ricchi e quelli poveri sempre più poveri, e molto in fretta. Mi dispiace vedere che questo processo ha luogo anche in Jugoslavia.” Dal 1945 “nel nostro paese, le regioni industriali diventano sempre più ricche a spese delle regioni economicamente sotto-sviluppate”.

Tito era risoluto a elevare il livello di vita nel Sud e a crearvi posti di lavoro, ma questo si poteva fare molto meglio mediante la programmazione centralizzata che con la libera economia di mercato.”

Un altro esempio delle contraddizioni che possono sorgere tra imprese socialiste autonome ed interesse generale delle società collettivistiche  viene fornita dall’esperienza sovietica del 1918, visto che “nella primavera del 1918, cominciò a diffondersi tra i comitati di fabbrica una tendenza sindacalista; essa era un derivato dell’idea che le aziende dovessero essere gestite direttamente dagli operai in esse occupati nel loro esclusivo interesse. Questo fenomeno determinò un ulteriore abbassamento della produzione e della disciplina di fabbrica, in molti casi fece sorgere fra gli operai un sentimento particolaristico e di possesso nei confronti delle loro fabbriche, che andava a detrimento degli interessi della più vasta comunità e resisteva gelosamente ai tentativi di coordinamento e di direzione dall’alto. “Subentrò un altro proprietario – scriveva uno dei dirigenti del sindacato degli operai metallurgici – che, alla pari del precedente, era individualista ed antisociale ed il nome del nuovo proprietario era comitato di controllo. Nel bacino del Donez le officine metallurgiche e le miniere si rifiutavano reciprocamente di fornirsi il ferro e il carbone a credito, e vendevano il ferro ai contadini, senza alcun riguardo per i bisogni dello Stato”. Un successivo rapporto del Vesenkha riassumeva la posizione assunta da tale organismo durante questo periodo in termini molto franchi. “Il Vesenkha ha chiaramente compreso la necessità di un coordinato piano di nazionalizzazione condotto su linee ben precise. Tuttavia, nel primo periodo esso non ha potuto disporre dell’apparato statistico ed amministrativo, né stabilire contratti efficienti con le singole località e, per conseguenza, mancando il numero sufficiente di organi locali efficienti e di “quadri” operai, è stato costretto a portare entro i limiti della propria competenza e a cercare di dirigere un numero troppo grande di imprese economicamente deboli: ciò ha reso l’organizzazione della produzione estremamente difficile. Il primo tempestoso periodo di amministrazione industriale ha sconvolto ogni organizzazione sistematica dell’industria e della rilevazione economica”.

Proprio basandosi su un esperienza socioproduttiva ormai quasi secolare dall’Ottobre Rosso sovietico fino ad oggi, risulta evidente pertanto che la combinazione dialettica tra una pianificazione di tipo vincolante a livello strategico e la simultanea azione del mercato/libera concorrenza tra imprese autonome (parzialmente) a livello di decisioni microeconomiche, unita all’intervento statale tesa a riequilibrare costantemente le asimmetrie via via createsi tra i processi di formazione dei prezzi e nella destinazione (sia settoriale che geografica) degli investimenti, si sia dimostrata nei fatti la via migliore per ottimizzare il processo di riproduzione allargata del sistema socialista: tesi verificata proprio dalla concreta esperienza cinese del 1978-2013, con le sue luci ed ombre oltre che con le sue “correzioni di tiro” in corso d’opera anche rispetto all’interrelazione dialettica tra piano e mercato, tra prezzi di mercato e prezzi fissati dallo stato, ecc.

Per definire la “coabitazione” tra due poli dialettici, si potrebbe usare lo slogan “il massimo di pianificazione macroeconomica compatibile con il mercato a livello microeconomico o viceversa”, mentre solo la pratica permette di superare le inevitabili contraddizioni tra i due meccanismi di interconnessione/intervento nei processi economici in Cina.

Come meglio sottolineeremo in un prossimo saggio, se il “mercato” precede ed anticipa di almeno sette millenni la genesi del capitalismo (Engels, 1894) a sua volta quest’ultimo ha utilizzato con una certa efficacia e su larga scala il meccanismo della pianificazione vincolante a livello strategico fin dall’esperienza concreta dell’“economia di guerra” tedesca del 1914-1918, diretta da un geniale organizzatore come il magnate W. Rathenau: bisogna innanzitutto de-ideologizzare la questione del rapporto dialettico tra mercato e pianificazione, evitando sia l’errata ed antistorica identificazione tra il primo elemento ed il capitalismo, che l’altrettanto corretta equazione socialismo=pianificazione omnicomprensiva.

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