Il Piano quinquennale cinese: un’economia rosso-verde!

Il XII piano quinquennale si propone di migliorare notevolmente i salari e il sistema di protezione sociale (sanità, istruzione, alloggi), e si orienta decisamente verso l’“economia verde”, la protezione ambientale e l’alta tecnologia. Ci hanno sicuramente provato, i paesi imperialistici, a trascinare la Cina (prevalentemente) socialista nel baratro della depressione in cui il sistema capitalistico mondiale è caduto da tempo e si trova tuttora, a partire almeno dall’inizio del 2008; ma non ci sono riusciti, a dispetto delle loro fameliche speranze.

Sviluppo del mercato interno
Nel corso del 2008 la Cina dipendeva ancora per circa l’11% del suo pnl dalla sua interconnessione economica con il mercato estero, e proprio nel 2008 le esportazioni cinesi erano crollate almeno del 40% a causa della formidabile onda d’urto della recessione che stava colpendo con estrema durezza la rete imperialistica mondiale, a partire dagli Stati Uniti 1. Senza profondi interventi correttivi, pertanto, ci si poteva aspettare una caduta di circa il 4% del pnl cinese nel 2008 e soprattutto nel 2009, in conseguenza diretta del crollo delle esportazioni del paese, oltre a tutta una serie di conseguenze sociali indirette quali un aumento esponenziale della disoccupazione urbana e il rientro nelle zone rurali di decine di milioni di lavoratori migranti, con conseguente crescita delle tensioni sociali e (nelle aspettative di centri imperialistici, soprattutto statunitensi) il possibile sviluppo di un forte movimento di opposizione di matrice anticomunista all’interno del gigantesco paese asiatico.
Tuttavia, come avvenne nel 1997-98 e durante la gravissima crisi finanziaria che sconvolse larga parte dell’Asia (proprio con l’eccezione cinese), si è verificata una profonda asimmetria tra le interessate previsioni della borghesia mondiale e la dinamica reale degli eventi a Pechino e dintorni. Dal novembre 2008, il partito comunista cinese e le autorità statali reagirono, infatti, con relativa rapidità alla nuova disastrosa recessione economica mondiale, lanciando una sorta di “New Deal” cinese imperniato su giganteschi investimenti pubblici pari al valore di 586 miliardi di dollari (circa un sesto del pnl), al fine di contrastare la caduta vertiginosa delle esportazioni dirette verso i disastrati mercati di consumo occidentali. Come aveva notato Il Sole 24 Ore proprio nel novembre del 2008, “si parlava da giorni di un possibile intervento del governo cinese, ma si aspettava che una misura potesse essere annunciata solo dopo il G20 di Washington e alla luce dei dati macroeconomici di ottobre, che si preannunciano molto deludenti. Inoltre le cifre calcolate sino ad ora erano molto inferiori a quelle annunciate ieri: il governo ha, infatti, varato un piano da oltre 4 mila miliardi di yen in due anni, cioè 586 miliardi di dollari, una cifra che corrisponde al 16% del prodotto interno lordo. A paragone il piano di stimolo da 168 miliardi varato in primavera dal Congresso americano equivaleva solo all’1% del pil, mentre il Giappone ha promesso sgravi fiscali per 51,5 miliardi e la Germania ha annunciato facilitazioni per 29,9 miliardi. In realtà la cifra complessiva del piano cinese potrebbe rivelarsi inferiore perché sembra includere anche gli stanziamenti già varati per ricostruire le aree devastate dal terremoto di maggio. Resta tuttavia il fatto che il piano ha la dimensione necessaria per avere un forte impatto sulla crescita, anche se i risultati non si vedranno subito fra un trimestre o due. In base a quanto reso noto dal governo, verranno aumentati gli investimenti in infrastrutture, in abitazioni popolari, in agricoltura, in sanità e verranno aumentate le pensioni e ridotte le tasse sulle aziende. La crescita del pil cinese ha rallentato al 9% nel terzo trimestre dall’11,9% dell’anno precedente, assestandosi al livello più basso degli ultimi cinque anni. Le ultime proiezioni del Fondo Monetario Internazionale, pubblicate solo la scorsa settimana, prevedono un rallentamento della crescita in Cina al 9,7% nel 2008 e all’8,5% nel 2009. Sebbene si tratti di valori stellari per ogni altra nazione del mondo, lo sono meno per la Cina che si è abituata a un’espansione a due cifre nel corso dell’ultimo quinquennio e dove gli esperti ritengono che il pil debba crescere di almeno l’8% l’anno se si vuole evitare il riesplodere di tensioni sociali. La Cina aveva già fatto ricorso con successo alla strategia dei maxipiani di stimoli nel 1998, quando il Paese era rimasto coinvolto dalla crisi delle tigri asiatiche. Il piano di allora era inferiore a quello annunciato ieri in relazione al pil, ma contribuì a giudizio unanime degli economisti a rilanciare un’economia che rischiava di rimanere invischiata in una crisi di lungo termine. Il dragone cinese uscì invece rinfrancato dal piano di aiuti ritrovando in fretta la strada della crescita. La speranza è che il miracolo di dieci anni fa si verifichi anche in questa occasione permettendo alla Cina di compensare con la crescita della domanda interna la netta flessione della domanda in arrivo da mercati di sbocco tradizionale come gli Stati Uniti e l’Europa” 2.

Le ragioni del “miracolo cinese”
Il “miracolo”di cui parlava Il Sole 24 Ore si è effettivamente verificato, tanto da attivare l’attenzione invidiosa forzatamente ammirata dell’insospettabile ed anticomunista rivista statunitense Time: ogni anno essa regolarmente pubblica una copertina dedicata alla “persona dell’anno”, e per il 2009 concorrevano per tale “titolo” anche quattro sconosciute lavoratrici cinesi, che rappresentavano l’insieme dei produttori diretti del gigantesco paese asiatico.
Perché tale nomination? Secondo il Time, i lavoratori cinesi erano stati scelti come possibili “personaggi dell’anno” per il loro contributo agli sforzi cinesi tesi ad assicurare un tasso di crescita dell’otto per cento del prodotto nazionale lordo nell’anno 2009. A parere del giornale statunitense, “un anno fa molti pensavano che raggiungere un tale risultato” (l’aumento dell’8%) “fosse solo un sogno. Ma la Cina l’ha ottenuto, e quest’anno essa rimane la più grande economia con il più veloce tasso di aumento al mondo, ed uno stimolo economico diretto per ciascuna nazione del pianeta”. A giudizio della rivista capitalistica degli USA, il merito era soprattutto dei lavoratori cinesi nel raggiungimento dell’obiettivo. La rivista Time aveva espresso un concetto in parte giusto, ma aveva anche commesso due errori.
Primo sbaglio: la Cina non aveva solo raggiunto l’obiettivo dell’8% per il tasso di aumento del pnl, ma l’aveva superato: secondo i dati forniti il 21 gennaio 2010, il saggio di aumento del pnl cinese per l’intero 2009 è risultato pari all’8,7%, mentre il tasso di crescita per l’ultimo trimestre del 2009 si è innalzato addirittura fino al 10,7%. Percentuali splendide che hanno riempito d’orgoglio i comunisti di tutto il mondo e che invece hanno impaurito la borghesia mondiale. Come aveva giustamente notato il rappresentante del PCC alla riunione dei partiti comunisti di tutto il mondo, tenutasi a Delhi a fine novembre 2009, il “successo nella costruzione di una Cina più forte non solo può contribuire ad arricchire e sviluppare il marxismo, ma anche incoraggiare e ispirare i comunisti in tutto il mondo a fare riferimento al socialismo. Questo, credo, sarà un grande contributo per il movimento socialista internazionale”.
Non solo il PCC aveva pienamente ragione su questo importante nodo teorico e pratico, ma la frase sopra riportata ci permette anche di capire il secondo e inevitabile “errore” commesso da Time: il merito del “miracolo economico” raggiunto dalla Cina del 2009 va sicuramente ai lavoratori cinesi, affiancati e supportati tuttavia in modo simultaneo dall’azione lucida ed intelligente della loro avanguardia politica, il PCC. L’aumento del pnl cinese dell’8,7% nel 2009 era anche il frutto del gigantesco pacchetto di stimolo statale dell’autunno 2008, dell’impennata del tasso di aumento degli investimenti delle aziende statali cinesi (non certo di quelle private…), delle misure governative tese ad aumentare i consumi dei lavoratori, a garantire a partire dal 2009 l’accesso gratuito e generalizzato ai servizi medici di base, a costruire case per gli operai con prezzi accessibili, ecc. 3
Che differenza abissale con le politiche adottate dal reale e concreto capitalismo occidentale, nel quale invece si è riaffermato il solito principio della “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite” subite dalla borghesia. Come ha ben sottolineato V. Giacché, “negli stati Uniti la battaglia contro il welfare è portata avanti dalla destra repubblicana, camuffata da lotta contro l’invadenza dello Stato. Si tratta di un concetto piuttosto curioso in un Paese in cui lo Stato negli ultimi anni è intervenuto nell’economia quasi soltanto come donatore di sangue nei confronti di imprese private in difficoltà. Si pensi ai 464 miliardi di dollari per il solo programma TARP (lanciato dopo il fallimento di Lehman Brothers), 214 dei quali devono ancora rientrare (le banche in genere hanno restituito i soldi ricevuti, non così la compagnia assicuratrice AIG e i produttori automobilistici GM e Chrysler). Poi c’è il programma di stimoli varato da Obama nel febbraio 2009: altri 177 miliardi di dollari tra incentivi e agevolazioni fiscali. Né vanno dimenticati gli acquisti di titoli tossici da parte della Fed per oltre 1000 miliardi. Di fatto, per queste vie una quota ingente di debito privato è stata accollata al bilancio pubblico” 4.

Un salto di qualità decisivo
Ma non solo: in modo brillante e in parte autocritico, la direzione del PCC ha “trasformato il veleno in cibo”: in altri termini, essa ha utilizzato l’occasione/pericolo della grave depressione che dal 2008 colpisce il mondo capitalistico, per progettare e mettere in campo un salto di qualità decisivo nel modello di sviluppo di lungo periodo della formazione economico-sociale cinese. Un balzo qualitativo di grande portata che, in estrema sintesi, si articola su tre elementi centrali:

  • maggiori consumi popolari, meno risorse destinate all’accumulazione;
  • più alta tecnologia, meno settori a bassa composizione organica del capitale;
  • più energia verde rinnovabile, meno fonti energetiche inquinanti e non rinnovabili.

È stata, infatti, elaborata la progettualità/praxis tesa a creare una nuova fase nella dinamica del socialismo in Cina, che coniughi l’aumento ancora più rapido del tenore di vita operaio e contadino con la tutela ambientale e la sostenibilità del processo di sviluppo interno, l’enorme accelerazione dell’utilizzo delle energie rinnovabili con l’innalzamento esponenziale del livello qualitativo della scienza e tecnica cinesi, la riduzione progressiva della dipendenza (relativa) dalle esportazioni con la crescita della domanda endogena di beni di consumo e la riduzione dell’elevatissimo tasso di risparmio dei lavoratori cinesi.

Il XII piano quinquennale
Il progetto di lungo periodo enucleato dopo il 2007, di portata epocale per la Cina e il mondo intero, ha trovato la sua principale forma di cristallizzazione pratica quando, a metà ottobre del 2010, il Comitato Centrale del PCC ha approvato le linee guida del dodicesimo piano quinquennale, elaborato per il gigantesco paese asiatico ed in vigore dal 2011 al 2015.

Ruolo decisivo della pianificazione
Il primo elemento importante è che viene riconfermato il ruolo assai importante svolto dalla pianificazione e dall’intervento politico (sia dal centro che dalle “periferie”, dalle diverse municipalità e regioni) all’interno del processo di riproduzione complessiva dell’economia cinese: il dominio del cosiddetto libero mercato, con le sue presunte “virtù”, i dirigenti del PCC preferiscono giustamente lasciarlo in esclusiva al declinante capitalismo occidentale con i suoi recenti fallimenti economici e crack finanziari generalizzati.

Sviluppo inclusivo
In seconda battuta, l’obiettivo finale del dodicesimo piano quinquennale consiste nel raggiungimento di una crescita del 50% in cinque anni, a un ritmo annuale di quasi il 9%, in grado di consentire alla Cina di ottenere nel 2015 un prodotto nazionale lordo pari a 7500 miliardi di dollari, contro i circa 5000 del 2009: si tratta del mezzo indispensabile per avviare uno “sviluppo inclusivo” affinché (come evidenzia il documento del PCC) “tutti i cittadini […] possano vivere in una condizione di benessere”.
Anche il giornalista anticomunista A. Paglia ha ammesso che il dodicesimo piano “prevede, come d’incanto, lo stop all’inflazione, il taglio delle tasse ai ceti bassi e l’aumento generale degli stipendi. Nel 2011 i salari minimi aumenteranno di un altro 20%, come l’anno scorso, ma con punte del 75% nelle regioni interne. Un operaio passerà da 124 a 146 euro al mese. Nelle città la busta paga media sarà di 2000 euro all’anno, rispetto ai 600 guadagnati nelle zone rurali” 5.
Benessere diffuso e collettivo, dunque, con la massima centralità attribuita allo sviluppo e alla domanda interna rispetto al settore dell’esportazione con alcune priorità sociali:

  • Estendere e migliorare notevolmente il sistema di protezione sociale ed il welfare state cinese, a partire dal settore sanitario e scolastico.
  • Incrementare enormemente la produzione per mano pubblica di case a basso prezzo per le masse popolari urbane: è prevista la costruzione di ben 35 milioni di immobili a basso prezzo entro il 2015. Sotto questo profilo, il premier cinese Wen Jiabao ha affermato nell’aprile del 2011 nel rapporto di lavoro del governo che “quest’anno inizieremo la costruzione di dieci milioni di appartamenti derivati dalla ristrutturazione delle case popolari. Vogliamo concentrarci sugli appartamenti pubblici. Il bilancio delle forze centrali ha in programma di versare 103 miliardi di RMB come fondi di sovvenzione, incrementati di 26,5 miliardi di RMB rispetto all’anno scorso. I governi a tutti i livelli riceveranno i fondi in diverse forme e aumenteranno sostanzialmente gli investimenti. Dovranno costruire al più presto un sistema amministrativo d’utilizzo dei fondi, case popolari funzionali, aumentare la trasparenza e rafforzare il controllo sociale, per garantire che le famiglie che hanno i giusti requisiti possano beneficiare di tutto questo” 6.
  • Continuare nel ritmo di espansione accelerato dei salari, a partire da quelli minimi, che ha già contraddistinto la Cina negli ultimi tre anni: non a caso a Pechino, dal 1° gennaio del 2011, il salario minimo è stato aumentato del 20% in un sol colpo.

Hi-tech e green economy
In terzo luogo viene abbandonata la strategia della crescita indiscriminata e Pechino punta ora alla qualità, riducendo il tasso di crescita, focalizzando l’attenzione sulle modifiche strutturali e, soprattutto, selezionando nove settori chiave: energie alternative, nuovi materiali, tecnologie informatiche, biologia e medicina, protezione ambientale, aerospaziale, navale, industrie avanzate e servizi Hi-tech, nei quali verrà iniettato un flusso di risorse di enormi dimensioni. In tal modo l’“economia verde” diventa il futuro prossimo della Cina (prevalentemente) socialista e non certo dello squallido, declinante ed antipopolare capitalismo di stato mondiale 7.
Sotto questo aspetto “verde-tecnologico”, alcuni osservatori hanno rilevato che  “il nuovo Piano Quinquennale si presenta ancora più rigoroso ed ambizioso rispetto al precedente. Lungo il periodo 2011-2015, il Governo prevede un investimento di circa 330 miliardi di dollari nel settore della protezione ambientale. Una larga percentuale di tale investimento sarà destinata al controllo dell’inquinamento, con una crescita annuale dell’industria relativa alla protezione dell’ambiente tra il 15% e il 20%. Ovviamente, la riduzione della percentuale d’inquinamento è legata alla diminuzione dell’utilizzo di carbone, la quale è fissata tra il 40% e il 45% entro il 2020. Per contro, le misure designate per aumentare la produzione di energia da combustibili non-fossili, prevedono un aumento dell’uso di questi ultimi del 15% sempre entro il 2020. In questo caso, il Nuovo Piano sull’Energia, l’Industria e lo Sviluppo, incita il Governo a investire dai 220 ai 330 miliardi di dollari nel settore delle energie rinnovabili nell’arco di dieci anni. In aggiunta a questi obiettivi di carattere generale, la Cina s’impegna nella promozione dell’efficienza energetica e nella riduzione dell’utilizzo di carbone nelle produzioni dell’industria pesante e nei settori dei trasporti e delle costruzioni” 8.

Il ruggito del dragone
Il dodicesimo piano quinquennale è diventato ormai una realtà concreta, che produrrà a breve degli effetti giganteschi e benefici sia sulla Cina che nel resto del pianeta. Non è pertanto casuale che persino uno dei simboli del capitalismo finanziario statunitense, JP Morgan, abbia previsto un tasso annuale medio di crescita cinese pari all’8% anche nei prossimi cinque anni, mentre a sua volta il Fondo monetario internazionale ha ammesso che la Cina si trasformerà da un’economia basata sull’esportazione a una basata sulla domanda interna, tesi condivisa anche da Goldman Sachs 9.
“Fatto testardo” (Lenin) assai rilevante: si tratta di un’economia che dal 2009/2010 ha superato quella statunitense in termini di prodotto nazionale lordo calcolato a parità di potere d’acquisto, almeno secondo i criteri adottati dalla CIA e dal FMI fino al 2006 10.

di Masssimo Leoni e Roberto Sidoli, coautori del libro “Il ruggito del dragone”, Milano 2011.

Fonte: http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=21309

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Frasette

Dal novembre 2008, la Cina lancia un gigantesco piano di investimenti pubblici (586 mld. di dollari, 1/6 del pil), al fine di contrastare la caduta vertiginosa delle esportazioni dirette verso i disastrati mercati di consumo occidentali, da cui dipendeva per l’11% del suo Pil.

La Cina opta per un decisivo salto di qualità basato su: 1) maggiori consumi popolari, minori risorse destinate all’accumulazione; 2) alta tecnologia, meno settori a bassa composizione organica del capitale; 3) più energia verde rinnovabile.

Abbandonata la strategia della crescita indiscriminata, Pechino punta ora alla qualità in nove settori chiave: energie alternative, nuovi materiali, tecnologie informatiche, biologia e medicina, protezione ambientale, aerospaziale, navale, industrie avanzate e servizi Hi-tech.

NOTE

1 G. Gattei, Il posto della Cina “rossa” nell’ordine economico internazionale, 30/09/2009, in http://www.sinistrainrete.info.
2 C. Poggi, “Pechino investe il 16% del pil nel piano anticrisi”, Il Sole 24 Ore, 10 novembre 2010.
3 Quotidiano del Popolo, 17 dicembre 2009, “Chinese workers runner—up for Time’s person of the year”, in http://english.peopledaily.com.cn/.
4 V. Giacché, “Altro che Bin Laden, ora Obama pensa ai debiti”, http://www.lernesto.it, maggio 2011.
5 A. Paglia, “E la Cina scopre il comunismo dei consumi”, http://www.eurosapiens.it, 15/3/2011.
6 “12° Piano quinquennale: il PIL della Cina deve aumentare assieme ai redditi”, in http://italian.cri.cn, 8/4/2011.
7 China’s 12th Five-Year Plan, http://cbi.typepad.com/files/apco_12thfyp_dec2010.pdf, December 2010.
8 “Il volto green del nuovo piano quinquennale cinese”, in http://www.greennews.info, 7/4/2011.
9 S. Cossu, “Cina, crescita e sviluppo interno. Spunta il successore di Hu Jintao”, Liberazione, 19/10/2010.
10 S. Cossu, “Cina, crescita e sviluppo interno. Spunta il successore di Hu Jintao”, Liberazione, 19/10/2010.

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