La missione di Pechino in Africa

articolo di Andrea Fais, giornalista, tratto da “Strategos“, rivista di dialettica geopolitica.

UN IMPEGNO CONCRETO

È ormai nota una forte cooperazione sempre più crescente tra la Cina e parecchi Stati dell’Africa. Da almeno sei anni a questa parte, questo rapporto si è intensificato, a dimostrazione di un rapido sviluppo del ruolo di Pechino sul panorama internazionale. Eppure, nonostante alcuni rapporti ufficiali del Governo orientale e alcune indiscrezioni, come al solito, sappiamo molto poco di quanto sta accadendo nel Continente Nero. Questo silenzio strisciante e questa scarsità di comunicazione, è il terreno più naturale e fertile per l’emersione di vere e proprie mitologie e leggende, capaci di distorcere il quadro della realtà. In Occidente, sentiamo spesso parlare di una nuova “colonizzazione”, riferendosi ai progetti di investimento della Cina in Africa come ad un fenomeno superficialmente riconducibile ai parametri storici del colonialismo europeo del XIX secolo. In realtà, l’impegno cinese in queste zone del pianeta, va ben al di là di tutto questo e ancora una volta segue dei binari assolutamente singolari ed eterodossi rispetto alle logiche occidentali, tanto da stupirci, ponendoci di fronte ad una vicenda assolutamente inedita.

Sgombrando il campo da equivoci e da esagerazioni, ad oggi l’impegno cinese in Africa coinvolge soprattutto Sudan, Sud Africa, Nigeria, Ciad, Niger, Mali, Tanzania e Kenya. Il viaggio compiuto dal Presidente Hu Jintao e dal Ministro degli Esteri Yang Jiechi nel febbraio del 2009, ha segnato una svolta decisiva nell’evoluzione della cooperazione tra Cina ed Africa, in un passaggio cruciale di questo momento storico. La crisi internazionale provocata dalla bolla speculativa, ha costretto, negli ultimi diciotto mesi, gli Stati Uniti ad un immediato tour de force in Asia, per assicurarsi nuovamente l’appoggio di quelli che sono stati i suoi riferimenti principali negli ultimi anni: Azerbaigian, Arabia Saudita, Turchia, Giappone, Taiwan e Corea del Sud. Il bilancio non è stato positivo, e alcuni di questi tentativi hanno incassato un “nì”, quando non addirittura un “no” a denti stretti.

Questo viaggio “africano” di Hu Jintao, invece, è inizialmente transitato in Arabia Saudita, ed è proseguito in Mali, Tanzania, Senegal e Mauritius, andando ad ampliare l’obiettivo di Pechino anche alla costa occidentale dell’Africa. Se, infatti, sino a due anni fa, l’impegno della Cina coinvolgeva soprattutto Paesi affacciati sulla costa orientale del Continente (Sudan, Kenya e Mozambico), negli ultimi tempi si è allargato anche alla Nigeria, al Ciad e al Mali, segnando un’importante evoluzione che sta letteralmente ingigantendo la presenza cinese. Nel dettaglio, il gigante asiatico investe nei più variegati settori di cooperazione: dal petrolio al gas naturale, dalle infrastrutture all’agricoltura, è la stessa essenza del sistema economico cinese a trovare realizzazione, con le debite differenze storiche e politiche, in Africa. Non si tratta, dunque, di una semplice cooperazione tattica, come alcuni analisti occidentali sostengono, ma di un vero e proprio sodalizio bilaterale, con forti basi politiche e culturali, che potrebbero benissimo essere ricondotte a quel mai sopito “terzomondismo” cinese, che rivive ancora oggi, malgrado l’apertura al mercato, nello sviluppo del socialismo di Mao Zedong e Deng Xiaoping.

Ritenere che l’estensione della sfera di influenza di Pechino in Africa sia un prodotto recente, o addirittura essenzialmente legato alla “sete” di materie prime di una Cina in rapida espansione interna, sarebbe in ogni caso molto fuorviante, non soltanto perché la recente e rafforzata cooperazione tra i due attori geopolitici è il risultato di almeno dieci anni di lavoro e di incessanti rapporti internazionali, ma anche perché le massicce dosi di denaro che la Cina sta impegnando in Africa, stanno innescando un rapporto circolare che coinvolge beni concreti (infrastrutture, materie prime, agricoltura, sicurezza e stabilizzazione politica), nell’ambito di una politica di cooperazione che va lentamente cancellando quelle logiche finanziarie del Fondo Monetario Internazionale che, fino ad oggi, avevano ridotto molti Paesi Africani sul lastrico.

IL DRAGONE GUIDA IL FRONTE DEI POPOLI IN CRESCITA

Jiang Zemin è ancora Presidente quando, nella tre-giorni compresa tra il 10 e il 12 Ottobre del 2000, a Pechino, va in scena la Prima Conferenza Ministeriale del Forum per la Cooperazione Cina-Africa (Forum On China-Africa Cooperation, FOCAC), con l’intento di promuovere lo sviluppo e la crescita nei Paesi dell’Africa, in un comune cammino di innalzamento delle condizioni di vita verso il benessere collettivo. Sono due i principi guida a muovere questo organismo inter-governativo: cooperazione pragmatica e bilateralità. Gli interessi coinvolti ricoprono un’area geografica impressionante e, ad oggi, gli Stati membri del Forum sono Cina, Algeria, Angola, Benin, Botswana, Burundi, Camerun, Capo Verde, Centro-Africa, Ciad, Comore, Congo belga, Congo (RDC), Costa d’Avorio, Gibuti, Egitto, Guinea Equatoriale, Eritrea, Etiopia, Gabon, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Kenya, Lesotho, Liberia, Libia, Madagascar, Malawi, Mali, Mauritania, Mauritius, Marocco, Mozambico, Namibia, Niger, Nigeria, Rwanda, Sierra Leone, Seychelles, Senegal, Somalia, Sud Africa, Sudan, Tanzania, Togo, Tunisia, Uganda, Zambia e  Zimbabwe.Gli obiettivi erano chiari e lineari già dalle prime attività diplomatiche: lo sviluppo tecnologico e scientifico, l’introduzione di un’agricoltura moderna sostenibile, lo sradicamento della povertà e l’intensificazione nel volume di interscambio commerciale. L’ambizione non manca, certo, dalle parti di Pechino, tanto più alla luce dei dieci anni più importanti per la Cina sul piano della politica internazionale. Con la Quarta Generazione della classe dirigente del Partito Comunista, infatti, il colosso asiatico, ha visto l’avvio della necessaria fase di intensificazione dei rapporti multilaterali, e di una sua personale sfera d’influenza sul piano geopolitico, volta al duplice obiettivo di rispondere alla sempre più crescente domanda interna e di contenere gli effetti dovuti alle conseguenze planetarie del suo sviluppo.

La Cina, infatti, non fa soltanto registrare un dato del PIL al 9,5% nel 2009, che la conferma Paese-guida nella pur precaria e frastagliata ripresa economica mondiale, ma segna un dato esplicitamente emblematico nell’alveo dell’importazione delle materie prime: già soltanto nel 2009, i dati relativi al petrolio hanno registrato un consumo nazionale pari a 8.2 milioni di barili al giorno, ed un dato di produzione di soli circa 3.9 milioni di barili al giorno, mentre i dati relativi al gas naturale, pur mantenendosi su scarti più ridotti, pongono comunque in evidenza una rilevante divergenza tra la produzione (82.94 miliardi di metri cubi annui) e il consumo (87.08 miliardi di metri cubi annui). L’impresa di mantenere questi standard di vita per una popolazione equivalente ad un sesto dell’intera popolazione mondiale ed innalzarli, per quella ridotta quota di popolazione ancora sotto la soglia di povertà, non potrà certo esimersi dal provocare evidenti ripercussioni in campo internazionale, sia dal punto di vista sociale, sia dal punto di vista economico.

Per questo, la parola d’ordine a Pechino è ormai da molto tempo “sviluppo sostenibile”, dopo le parziali ubriacature degli Anni Novanta, allorquando vi fu una notevole espansione delle aree economiche lasciate alle regole del mercato. Hu Jintao ha saputo ripristinare un maggior controllo dello Stato (mai venuto meno nel suo ruolo essenziale in tutta la storia della Repubblica Popolare), facendo tesoro delle lezioni del passato e raccogliendo quanto di buono fu seminato dagli Anni Ottanta sino ad oggi. Sostenibilità in Cina significa dunque anche contenimento degli effetti scatenati da una crescita così importante del Paese: in chiave internazionale, i più immediati potrebbero essere proprio quelli che l’Occidente liberista ha dimostrato di non aver saputo tenere sotto controllo, privilegiando un sistema economico fondato sulla chiara illusione che il mercato potesse regolarsi da sé, senza consentire un rilevante e decisivo intervento e indirizzo politico da parte degli Stati.

La pesante e massiccia immigrazione extra-europea ed extra-nordamericana è un evidente effetto di una reazione a catena, innescata dalle stesse politiche di gestione della fase di internazionalizzazione dei mercati occidentali, successiva alla caduta del Muro di Berlino e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Lo IOM (International Organization for Migration), stimava già nel 2008 che vi fossero circa 3,4 milioni di immigrati africani, irregolarmente giunti nei Paesi dell’Europa. Il modello di sviluppo occidentale, rapidamente in ascesa dopo i primi Anni Novanta, malgrado alcuni apparenti successi nella prima fase, ha, in ultima istanza, lasciato irrisolte numerose questioni, prima fra tutte la povertà e il sottosviluppo di vaste aree nel mondo, tutt’altro che pacificate e stabilizzate dalla fine della contrapposizione della Guerra Fredda.

È chiaro ed evidente che in un futuro prossimo venturo, saranno Cina e India a polarizzare l’attenzione economica e tecnologica mondiale, per lo meno per quanto riguarda l’Asia centro-meridionale, costringendo buona parte delle nazioni d’Occidente a ridimensionare notevolmente quello strapotere in campo internazionale che le illuse negli Anni Novanta. Nel complesso, in un periodo futuro di tempo compreso dai quindici ai trenta anni, potremmo vedere stravolti i rapporti geopolitici che abbiamo sin qui conosciuto, già solamente ipotizzando che due miliardi e duecento milioni di persone (popolazioni Cinese ed Indiana messe assieme) potrebbero modificare radicalmente il loro modus vivendi, passando complessivamente da sistemi semi-feudali a sistemi industrializzati conformati agli standard di vita attualmente presenti in Occidente, nell’arco di appena ottanta anni (dal 1949-1955, periodo in cui si concentrano i momenti decisivi della Rivoluzione Comunista in Cina e della progressiva liberazione nazionale dell’India dal colonialismo britannico, al 2029-2030). In questo quadro, il mantenimento di enormi sacche di povertà in Africa e in Sud America, con tutta probabilità provocherebbe un massiccio tentativo di fuga verso i nuovi centri della produzione e dello sviluppo, in virtù della posizione del tutto particolare della Cina, implicata nelle vie di passaggio tra le acque dell’Oceano Pacifico e quelle dell’Oceano Indiano.

La Cina sembra voler proprio avviare un percorso diametralmente opposto a quello intrapreso nel passato dall’Occidente, per fornire una grande e storica occasione a tutta l’Africa, contenendo le pesanti ripercussioni che un’immigrazione selvaggia e senza regole provocherebbe nel quadro politico del gigante asiatico. Contenere in questo caso, non significa reprimere indiscriminatamente ogni flusso di migranti, proprio in virtù del fatto che, in base a questa saggia politica internazionale, ad essere colpite non sarebbero le ripercussioni finali (sbarchi, ingressi e integrazione) ma le stesse motivazioni ancora oggi alla base della tragedia umana, sociale e politica costituita dall’immigrazione (povertà, miseria e conflitti inter-etnici). L’Oceano Indiano è chiuso e molto circoscritto: l’Africa è molto vicina all’Asia e la grande linea di comunicazione strategica marittima che va dal Golfo di Aden allo Stretto di Malacca, oltre ai grandi cargo commerciali, vede anche transitare disperate imbarcazioni di uomini e donne in cerca di un po’ di fortuna.

Dunque è la Cina a giocare d’anticipo e a cominciare a far valere la sua impressionante potenzialità economico-finanziaria, mettendola a disposizione di uno sviluppo sostenibile sul piano nazionale e condiviso sul piano globale. A questa immensa sfida internazionale, sembra aver iniziato a rispondere il Programma d’Azione di Addis Abeba 2004-2006, stilato, sotto l’egida di Wen Jiabao e di alcuni Presidenti delle nazioni africane, nel dicembre 2003, a seguito della Seconda Conferenza Ministeriale del FOCAC, tenutasi proprio in Etiopia. In base a questi accordi, la Cina si era tra l’altro impegnata a proseguire nell’opera di assistenza ai Paesi Africani membri del Forum, ad aumentare a 100.000 unità il personale cinese impegnato in Africa in vari settori di sviluppo,  ad aprire il proprio mercato e a decurtare alcuni dazi per i Paesi più sviluppati tra quelli membri del Consesso inter-governativo, oltre ad iniziative congiunte in ambito turistico e culturale.

In quell’occasione fu proprio il Primo Ministro della Repubblica Popolare a sottolineare come a soli tre anni dalla nascita del Forum inter-governativo, l’interscambio tra la Cina e i Paesi Africani membri del FOCAC, fosse aumentato del 20%, e come oltre cento nuove imprese cinesi fossero al lavoro in Africa nell’ambito della cooperazione, dello sviluppo energetico e dell’innovazione tecnologica e infrastrutturale. Tuttavia, il dato più impressionante era quello legato alla situazione economica: il Governo Cinese aveva contribuito in maniera determinante ad estinguere il debito di ben 31 Paesi Africani, per un impegno totale di 10.5 miliardi di yuan.

Noi affermiamo che le diversità del pianeta debbano essere rispettate e mantenute, che tutti i Paesi del mondo, grandi o piccoli, ricchi o poveri, forti o deboli, debbano rispettarsi l’uno con l’altro, trattare ognuno di loro allo stesso modo e vivere in pace a concordia l’uno con l’altro, e che le diverse civiltà e modi di sviluppo dovrebbero basarsi su reciproche esperienze, promuovendo l’una con l’altra e coesistendo in armonia”. È con questa affermazione, contenuta all’interno della Dichiarazione di apertura del consesso, che si è avviata, sotto i migliori auspici, anche la Terza Conferenza Ministeriale del FOCAC, nella due-giorni del 4-5 Novembre 2006, proprio a Pechino, che ha visto coinvolti ben 48 Paesi. Il bilancio dei primi sei anni ha evidenziato risultati molto importanti e di buon auspicio per il futuro, tanto che la Cina si è ulteriormente impegnata con altre facilitazioni di natura economica e commerciale, volte ad un rapido sviluppo agricolo, assistenziale, educativo, tecnologico e infrastrutturale per l’Africa.

L’impegno prosegue, e nel Novembre del 2009, è proprio la Quarta Conferenza Ministeriale del FOCAC, tenutasi presso l’imponente sede di Sharm El Sheyk, a fissare un impegno fondamentale, che vede la Cina protagonista: oltre ad un incremento del Fondo d’Investimento per l’Africa, proposto da Pechino, sino a 3 miliardi di dollari,la presenza del contributo strategico di Hu Jintao all’interno dell’ordine del giorno dei lavori, è ben visibile dai contenuti di un testo introduttivo che, rispetto al passato, pone tra i punti prioritari, la stabilizzazione politica e la sicurezza interna ai Paesi Africani, specie in un indiretto riferimento a tutte quelle aree del Sudan, della Nigeria, del Niger, della Mauritania, del Mozambico e della Somalia, dove spesso persistono drammatici conflitti etnici. L’impegno di Pechino in questo senso è sempre sembrato molto forte, ma è proprio quando la tela cooperativa, in termini energetici e commerciali, è giunta ormai ad una prima fase di completamento, che si richiede una maggior stabilità interna, laddove, sempre con più forza, le destabilizzazioni potrebbero essere ricomprese nell’ambito di confronti geopolitici molto più ampi e di presumibili scenari da nuova Guerra Fredda, direttamente trasportati all’interno dell’incolpevole Continente Nero.

UNA “GUERRA FREDDA” IN AFRICA

Sono soprattutto le controversie legate al Sudan, a montare polemiche molto rilevanti nel confronto internazionale. Nel 2004, osservatori occidentali accusavano la Cina di aver affossato il pacchetto di risoluzione già preparato dall’Onu contro il Sudan, annoverato tra gli Stati-canaglia dall’amministrazione George Bush nel 2002, per scopi di convenienza commerciale, dal momento che la Cina aveva già investito circa 1,5 miliardi di dollari nel Paese, costruendo pozzi petroliferi, 600 km di oleodotti, raffinerie e porti.

–          Sudan – il Sudan è il sesto motore petrolifero d’Africa, con una capacità di produzione stimata in 457 migliaia di barili al giorno[. Gli investimenti energetici della Cina sono ingenti, tanto che in Sudan, il gigante d’Asia riesce a soddisfare il 7% della sua domanda interna. La polemica umanitaria è scoppiata da diversi anni in Occidente, specialmente per quanto riguarda il Darfur, una regione occidentale del Paese africano, che ancora oggi è in guerra alla ricerca di un’indipendenza definitiva da Karthoum, e il Sud Sudan. Pur pescando a piene mani da rivalità e ostilità storiche tra la popolazione nera indigena (maggioranza nel Darfur) e la popolazione di origine araba (maggioranza nel resto del Sudan), si è arrivati ad una vera e propria guerra solo a partire dal 2003, allorquando furono creati due movimenti politico-militari secessionisti, sospettati dal Governo di Karthoum di avere rapporti con Stati Uniti ed Israele. È opportuno notare che queste due regioni del Paese, sono le più ricche di petrolio, e risulta evidente che il Presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashir, rientri nella sfera di protezione di Pechino, interessata alla stabilizzazione dell’integrità nazionale, attraverso un’opera di mediazione che, pur presente, ovviamente non può prescindere dalla legittimità e dalla sovranità politica, indiscutibile sino a prova contraria, del Governo del Sudan. Recentemente è stata la stessa Pechino a tacciare di inattendibilità e falso un rapporto dell’Onu, che vedrebbe la Cina coinvolta nell’armamento delle truppe governative contro i movimenti indipendentisti.

L’espansione a macchia d’olio della Cina in Africa, ha comunque dato luogo ad un dissesto totale degli equilibri imposti per anni dal Fondo Monetario Internazionale e dalle compagnie petrolifere statunitensi, inglesi ed europee, alla maggior parte di queste nazioni, spesso assolutamente inerti di fronte ad una decolonizzazione praticamente solo formale. Non soltanto la presenza di colossi occidentali come Total e Shell, fortissima soprattutto nella fascia occidentale africana e nelle zone meridionali, viene oggi pesantemente ridimensionata dalla presenza cinese, ma è la stessa influenza occidentale sulle complesse vicende politiche ed economiche e sulle complicate leadership emerse negli ultimi venti anni in queste regioni, a rarefarsi quasi completamente. In ogni caso possiamo suddividere l’azione di cooperazione per ora più forte, tra la Cina e l’Africa, in tre aree geopolitiche ben definite.

Fascia Nord-Occidentale

–          Nigeria – Con un dato impressionante di produzione di ben 2,353 migliaia di barili al giorno (petrolio) e di 27,72 miliardi di metri cubi annui (gas), la Nigeria è il vero motore energetico dell’Africa: sono soprattutto le aree di Obiafu, Omoku, Umuobo e Olomoro a costituire i principali siti di estrazione. Situato sulla costa occidentale, questo Paese è stato, purtroppo, vittima, fino a pochi anni fa, di un vero e proprio teatro di guerra civile permanente, tra tentativi di democratizzazione e golpe militari, in un drammatico scenario di evidente impoverimento sociale e di destabilizzazione politica. Dopo i dissesti militari degli Anni Ottanta e Novanta, la Nigeria è tornata, da alcuni anni, ad avere un proprio ordinamento costituzionale, che ne fa una Repubblica Federale suddivisa in Stati interni. Tutto questo ovviamente ne rafforza, in certi zone, pesanti rivendicazioni secessioniste, soprattutto per quel che riguarda il Delta del Niger. La Cina ha da poco rafforzato la sua presenza, con un accordo siglato circa sei mesi fa, che prevede un contratto firmato alla pari da Nigerian National Petroleum Corporation e China State Construction Engineering Corporation, dove l’investimento, valutato in ben 23 miliardi di dollari, delle compagnie di Stato della Repubblica Popolare è volto alla costruzione di raffinerie all’interno del Paese, per migliorare la produzione e la distribuzione interna e per abbattere i costi di importazione del prodotto lavorato.

–          Niger – Forte della sua rilevante estensione spaziale, ed incuneato tra la Nigeria, il Ciad, il Mali, la Libia e l’Algeria, il Niger ricopre la fascia geografica del Sahara che vede il passaggio dalle zone desertiche alle zone centrali e fluviali, confermandosi un pivot di assoluta importanza strategica e commerciale all’interno del Continente. Destabilizzato ancora una volta dopo l’ultima deposizione del Presidente Tandja Mamadou nel febbraio 2010, e ancora insabbiato nelle secche di una povertà drammatica, questo Paese non gode di primati energetici come alcuni dei suoi più noti vicini, ma risulta assolutamente fondamentale nella misura in cui la Cina intenderà intensificare la sua rete di cooperazione, coinvolgendo quanto meno le due zone – nord e centro – della fascia occidentale del Continente. Il volume di affari tra i due Paesi è notevolmente cresciuto in pochi anni, sino a giungere, nel 2005, a 34 milioni di dollari. La situazione, dopo il cambio al vertice delle istituzioni, è incerta, ma gli investimenti cinesi in questa regione sono ancora notevoli.

–          Mali – proseguendo nella dorsale nord-occidentale dell’Africa, è il Mali ad aver attratto l’attenzione di Pechino. Qui, al contrario delle vicine Nigeria ed Algeria, non vi sono primati energetici, bensì eccellenze legate all’agricoltura e alla lavorazione del cotone. La ricerca della risposta ad un fabbisogno alimentare e ad una seria autodeterminazione nazionale ha ricoperto tutto il periodo della seconda metà del Novecento: dopo il fallimento del programma simil-marxista di Keita negli Anni Sessanta, e i seguenti golpe di matrice militare, il Pan-Africanismo non sembra essere del tutto scomparso, e, in un contesto sicuramente più democratico, l’unità e l’alleanza continentale dinnanzi alle principali questioni sociali dell’Africa, restano i primi obiettivi del Governo del Presidente Amadou Touré. Il rapporto bilaterale tra le due nazioni risale all’era di Mao Tse Tung, e già prima della nascita del FOCAC, l’interscambio tra Cina e Mali aveva prodotto diverse collaborazioni in termini assistenziali. Nel solo 2008 il volume di affari tra i due Paesi ha raggiunto i 200 milioni di dollari, e coinvolge soprattutto lo sviluppo tecnologico integrato al settore primario. Resta il problema della destabilizzazione interna causato dalla conflittualità del secessionismo Tuareg.

–          Mauritania – affacciata sull’Atlantico, la Repubblica Islamica della Mauritania, rappresenta un partner abbastanza affidabile per Pechino sin dal 1965, nonostante rechi con sé il pesante e gravoso status di zona “border-line” tra Africa “arabizzata” (detta anche Maghreb) e Africa “nera”. Se fino al 2005, non si hanno note di estrazioni petrolifere all’interno di questo territorio, nel 2006 il Paese ha registrato una produzione di 31 migliaia di barili al giorno. Il dato non è solo un emblematico indice della presenza di materie prime, fino ad allora ignote o non sfruttabili, ma è presumibilmente connesso agli investimenti della Cina negli anni precedenti che, proprio nel 2005, hanno toccato quota 78 milioni di dollari. Pesano sul Governo di Nouakchott, pesantissime destabilizzazioni politiche, che negli ultimi anni hanno coinvolto l’ormai defenestrato Presidente Sidi Ould Cheikh Abdallah, deposto da un golpe militare partito dalle stesse fila del suo Governo.

–          Algeria – indubbiamente, con i suoi dati impressionanti, specie in riferimento alla produzione di gas naturale (96,63 miliardi di metri cubi annui) e alla produzione petrolifera (2,194 migliaia di barili al giorno), è Algeri a confermarsi tra i principali attori strategici nella partita globale in Africa. La Presidenza Bouteflika (da molti considerato un delfino dell’ex Presidente Boumedienne), ha garantito, a partire dall’inizio del nuovo secolo, una prima vera e propria stabilità politica all’Algeria, dopo le tragedie degli Anni Novanta, allorquando un’ondata di integralismo islamico scaraventò il Paese in un clima feroce di contrapposizione. Nel 2004, l’Algeria ha concluso un fondamentale accordo con la Cina di Hu Jintao, dove fu stabilito l’inizio di una cooperazione strategica specifica che, già un anno dopo, aveva visto aumentare l’interscambio tra i due Stati fino a 1,77 miliardi di dollari.

Fascia Sud-Orientale

–          Tanzania – trasferendoci sulla costa orientale africana, dalle parti dell’immenso Lago Vittoria, sarà possibile comprendere nel dettaglio, gli obiettivi più recenti di Pechino: la Repubblica della Tanzania è relativamente giovane, almeno sul piano politico-amministrativo, e nasce sulla base della ridefinizione post-coloniale (tedesca e inglese), come l’unione tra il Tanganica e lo Zanzibar. Le potenzialità energetiche di questa regione non sono ancora note, poiché non sono state mai sfruttate, ma, secondo analisi morfologiche dei territori, soprattutto di quelli particolarmente montuosi, potrebbe contenere della autentiche riserve di minerali preziosi quali ferro, carbone e zinco, oltre a presumibili massicce riserve di uranio. La Cina, favorita anche da una stabilità interna assai rara e garantita dalla sostanziale preponderanza del vecchio Partito della Rivoluzione fondato dall’ex Presidente Neyerere, in questo caso è impegnata proprio nel settore delle costruzioni e delle infrastrutture, tanto che a metà del 2010, ben 12,5 milioni di dollari sono stati riservati alla costruzione di un complesso in grado di produrre 300.000 tonnellate di cemento annue, nel tentativo di dare un definitivo impulso economico al porto di Kilwa e alla sua strategica regione. L’azione della Repubblica Popolare Cinese è a tutto campo e coinvolge anche un contratto di oltre 63 milioni di yuan (pari a circa 9 milioni di dollari), per un centro di assistenza cardiaca, che sarà completato nel giro di poco più di un anno.

–          Kenya – sospeso tra la Tanzania e la Somalia, lungo la dorsale della Rift Valley, il Kenya è un autentico snodo strategico tra le zone profonde dell’Africa e gli Stati affacciati verso le coste della Penisola Araba. Gli affari tra Pechino e Nairobi hanno già raggiunto i 475 milioni di dollari nel 2005 e coinvolgono soprattutto il settore terziario, in cui primeggia il turismo, che porta ogni anno diverse compagnie di viaggio cinesi a privilegiare questi luoghi. I vantaggi bancari nei prestiti garantiti da Pechino alle piccole e medie imprese autoctone (circa 50 milioni di dollari, con interessi variabili dal 3% al 7% in sei anni) per la modernizzazione tecnologica e infrastrutturale del Kenya, sono stati sottolineati dallo stesso Presidente Mwai Kibaki, che si è detto soddisfatto che il suo Paese sia ormai diventato il primo beneficiario di questo speciale Fondo Cinese per le Piccole e Medie Aziende destinato all’Africa.

–          Mozambico – Un altro potenziale primato energetico, ancora ignoto, potrebbe essere quello legato al Mozambico, nazione costituita da una autentica striscia geografica verticale che si inoltra nel profondo Sud dell’Africa. Fino al 2004, i dati relativi alla produzione di materie prime erano pressoché nulli. Nel triennio 2004-2006, incredibilmente la produzione di gas naturale faceva, al contrario, segnare un dato in costante crescita che, seppur contenuto (1,34 – 2,23 – 2,67 miliardi di metri cubi annui), evidenzia un campo vastissimo ancora in fase di esplorazione, e la presumibile mano cinese dietro questo improvviso sviluppo nel settore gasifero. La sua posizione, direttamente esposta sull’Oceano Indiano, rientra in quei requisiti fondamentali che stanno avvicinando sempre più il mercato asiatico all’Africa. Anche qui l’impegno di Pechino è notevole, e può avvalersi di una buona stabilità politica, ormai assestata dopo la guerra civile degli Anni Ottanta che vide contrapposte le due fazioni del Frelimo (socialista e filo-sovietico) e del Renamo (anti-comunista e filo-occidentale). Il Presidente Armando Guebuza (proveniente dalle fila del Frelimo) è oggi ampiamente riconosciuto come un leader misurato e capace di seguire una linea politica non ostile nei confronti dell’apertura al mercato. La Cina non ha perso tempo e, attraverso due banche nazionali (la Export-Import Bank e la Chinese Bank for Development), ha messo a disposizione 165 milioni di dollari per tre progetti da realizzare nel brevissimo termine, tra cui una grande centro di produzione del cemento a Sofala, il completamento dell’Aereoporto internazionale di Maputo, ed un impianto di raccolta e lavorazione del cotone a Magude.

–          Mauritius – piccole e stanziate al largo della costa africana, le Isole Mauritius sono una delle mete turistiche più note nel mondo occidentale. Eppure, Port Louis resta ancora oggi un fondamentale approdo navale nelle grandi rotte commerciali dell’Oceano Indiano. La sua multi etnicità (oriundi indiani, pakistani, cinesi ed occidentali) è una componente tipicamente insulare, e la presenza di una discreta quota di cittadini di origini cinesi aiuta non poco i rapporti bilaterali tra i due Paesi. L’introito economico è derivato soprattutto dal turismo e dai servizi, tanto che la Cina aveva già investito 186 milioni di dollari nel 2005. Stando a quanto affermato dalle principali autorità politiche, la Repubblica delle Isole Mauritius dovrebbe aprire ancora più al mercato la sua economia, attirando le mire di India e Cina. La posizione strategica, come passaggio quasi obbligato lungo le rotte principali dell’Oceano Indiano, ne evidenzia le potenzialità.

Fascia meridionale

–          Zimbabwe – penetrando all’interno della zona più estrema dell’Africa Meridionale, troviamo lo Zimbabwe. Caratterizzata per molti anni dal nazionalismo a tinte marxiste di Robert Mugabe, questo Paese ha visto accendersi la miccia di uno scontro molto forte nel conflitto tra indigeni e coloni soprattutto negli Anni Settanta e Ottanta. Rimane ostile il rapporto con l’Occidente (addirittura a Mugabe è tutt’ora vietato l’ingresso in Europa e negli Stati Uniti) ma la situazione è oggi sicuramente più stabile, e la Cina può senz’altro intervenire in aiuto di un Paese col quale, già nel 2005, il giro d’affari raggiungeva quota 283 milioni di dollari. L’impegno cinese con il Presidente Mugabe riguarda soprattutto il settore agricolo, dove la Chinese Development Bank ha garantito coperture facilitate e convenienti per la realizzazione di diversi progetti legati all’irrigazione e allo sviluppo tecnologico nel settore primario, così come stabilito nel grande piano redatto presso la Terza Conferenza Ministeriale del Forum Cina-Africa, a Pechino nel 2006.

–          Sud Africa – Con dei dati in leggero calo negli ultimi anni, ma sostanzialmente notevoli, la produzione energetica del Sud Africa di Mandela, può vantare un mercato florido. Dopo le drammatiche vicende del colonialismo inglese e olandese e la triste fase della segregazione razziale, oggi il Sud Africa resta un Paese sospeso tra lo stridente sviluppo nelle enormi aree metropolitane e una miseria dirompente nelle aree ultra-periferiche. La Cina sta investendo tantissimo nel Paese, con un interscambio che nel 2005 si assestava intorno ai 7 miliardi di dollari, per una serie di relazioni bilaterali che vanno dallo sviluppo agricolo alle infrastrutture, ma che lasciano supporre anche altre aree produttive. Il Sud Africa è infatti un vero e proprio giacimento di uranio, che da moltissimi anni sta sviluppando un florido mercato fondato sull’estrazione in campo minerario, attirando ipoteticamente la Cina, sempre alla ricerca di una diversificazione dell’approvvigionamento energetico, che ovviamente non rinuncia certo alle centrali nucleari, evitando così le emissioni inquinanti e i costi ingenti del trasporto e della lavorazione, che le materie prime solitamente impongono.

L’impegno cinese è dunque vastissimo e, pur riguardando principalmente queste zone particolari, si è nei fatti espanso a tutto il Continente, risvegliando l’attenzione occidentale, e di Washington che, allarmata e preoccupata per le crescenti relazioni tra il gigante orientale e l’Africa, cerca in ogni modo di contenerne la portata e l’ulteriore incremento. L’AFRICOM (Africa Command) è forse la risposta più preoccupante e decisiva del Dipartimento di Stato americano, al rapido sviluppo della sfera di influenza di Pechino nelle regioni dell’Africa. Pensato e progettato durante gli anni dell’amministrazione Bush, sull’onda idealistica della lotta al terrorismo globale (di cui Somalia, Eritrea, Marocco, Tunisia, Libia, Algeria, Mauritania sarebbero – secondo alcuni analisti occidentali – focolai latenti), questa taskforce con sede ufficiale a Stoccarda in Germania, si è, dal 2008, impiantata in numerose basi strategiche dell’Africa, ampliando, negli ultimi due anni, la presenza costiera attraverso l’apposita convezione African Maritime Law Enforcement Program (AMLEP). La visita di Obama ad Accra (Ghana) nel 2009, ha confermato gli impegni presi dall’intelligence atlantica, sostenendo l’importanza delle relazioni tra Stati Uniti d’America e Africa, nell’alveo del programma di sviluppo per i Paesi Africani.

Ritenendo nei fatti piuttosto propagandistico questo scopo dichiarato, alla luce dell’impoverimento evidente del Continente Nero negli anni della decolonizzazione e dei disastrosi risultati maturati sotto la gestione del Fondo Monetario Internazionale, è chiaro a tutti che lo scopo, implicito e malcelato, sia quello di contenere gli investimenti cinesi con la forza militare, da usare in caso di necessità. L’auspicio è ovviamente nella direzione esattamente opposta, ma tutto lascia supporre che questa fase stia nei fatti ponendo tutti i fattori geopolitici sufficienti a scatenare una nuova Guerra Fredda, pur su termini molto diversi rispetto al passato.

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