Adam Smith a Pechino

Articolo di Franco Cavalli, ex deputato PS al Consiglio Nazionale

Il titolo di questo contributo fa il verso al corrispondente titolo del libro di Giovanni Arrighi, noto economista di scuola neomarxiana della John Hopkin’s University di Baltimora*. Arrighi sostiene che l’attuale situazione cinese corrisponde abbastanza bene a quanto si ritrova in Adam Smith, il quale, contrariamente a quanto si legge di solito, non hai mai detto che bisogna lasciare libertà assoluta al mercato, ma bensì che quest’ultimo dev’essere regolato in base all’interesse generale. Secondo Arrighi è sbagliato definire l’attuale regime cinese come capitalista, anche perché il capitalismo si definisce soprattutto per la sua struttura di potere economico e non tanto da quanto libero mercato è presente. Indubbiamente in Cina le decisioni economiche fondamentali vengono tuttora prese dalle istanze statali e tutta una serie di industrie strategiche, nonché il territorio, non sono in mano privata. Secondo Arrighi quindi è un sistema sui generis, che potrebbe benissimo ancora evolvere verso un tipo di socialismo e di comunismo ancora da definire.

Qui di seguito alcune mie esperienze personali, che potrebbero essere d’accordo con questa tesi di Arrighi.

5 anni fa ero a Pechino ed assieme all’ambasciatore svizzero mi recai alla Sezione Esteri (un enorme edificio con ca. 500 impiegati) del Comitato Centrale, dove ebbi l’occasione di incontrare i responsabili per la Svizzera e l’Austria. Un po’ provocatoriamente dissi loro: «perché vi definite ancora comunisti, quando mi pare che stiate andando in tutt’altra direzione?». Al che mi diedero una lunga spiegazione che al momento mi sembrò un po’ il solito discorso politichese ed ideologico. Non solo mi ricordarono la NEP di Lenin, ma soprattutto la necessità d’avere la cosiddetta «accumulazione primitiva» che noi in Europa avevamo avuto nell’800 sfruttando in modo terribile non solo gli operai, ma addirittura il lavoro minorile. La loro tesi era «quando avremo accumlato sufficiente ricchezza, la distribuiremo». Espressi loro il mio scetticismo (che in buona parte ancora persiste), in quanto nella storia non mi pare che ci sia mai stato un solo esempio nel quale poi i ricchi abbiano accettato senza batter ciglio, di ridistribuire la loro ricchezza. Ma loro mi dissero che avrebbero a quel momento trovato il modo di farlo, ricordandomi tra l’altro la società «armonica» di Confucio (che tra l’altro ultimamente sembra piacere molto anche a Tuor nei suoi editoriali economici sul CdT …). Una cosa ad ogni modo la imparai: se noi pensiamo al corto termine, loro pensano soprattutto a medio-lungo termine.

Da allora sono stato 5-6 volte in Cina, 3 volte negli ultimi 10 mesi. È una realtà sconvolgente, esplosiva e dove uno sente che lì sta capitando qualcosa che cambierà la storia del mondo. È questo un sentimento anche molto diffuso tra i cinesi, che sono estremamente orgogliosi di contribuire alla rinascita di una potenza, che noi occidentali negli ultimi due secoli avevamo distrutto e costretta alla miseria. Il lato più impressionante è, come già detto, il saper pensare a lungo termine. Nel novembre scorso, ad esempio, avrei dovuto parlare ad un congresso linfomi nel Xinjiang: per i noti problemi etnici avvenuti poco prima, il congresso fu spostato a Tianjin. Lì però c’era già un enorme congresso dedicato ai problemi minerari: il nostro incontro ebbe perciò luogo a Ji Jng, che si trova esattamente a metà strada tra Pechino (ca. 20 milioni di abitanti) e Tianjin (ca. 15 milioni di abitanti), distanti ca. 150 km (si percorrono in treno in 27 minuti). Per intanto Ji Jng consiste di una serie di enormi alberghi, di una serie di edifici (soprattutto per coloro che lavorano in questi alberghi), vi passano due autostrade ed una linea ferroviaria: come città non esiste ancora, ma mi si disse «Tianjin e Pechino non possono più espandersi, questa è la regione economicamente più dinamica, qui tra 50 anni ci sarà una città con almeno 10 milioni di abitanti».

In maggio di quest’anno sono stato anche a Shanghai, facendo una capatina all’Expo: quel giorno c’erano ca. 350’000 persone, ma tutto funzionava perfettamente, anche grazie alla tradizionale gentilezza dei cinesi. Il dinamismo della città è sconvolgente: i grattacieli crescono come funghi, ogni anno c’è almeno una nuova linea di metro (facilissimo da usare) ecc. Non meraviglia quindi che un numero sempre crescente di giovani accademici svizzeri, appena finiti gli studi, scelgano ora Shanghai, come 30 anni fa avrebbero invece scelto New York.

A fine agosto sono stato a Shenzhen, città situata immediatamente al di là del confine (tuttora esistente) tra Hong Kong e la Cina continentale. 30 anni fa Shenzhen era un villaggio di pescatori: oggi è una città di 4 milioni e mezzo di abitanti, in fondo una copia, anche se un po’ meno glamour, di Hong Kong. Shenzhen dista quasi 2500 km da Pechino:; tra poco ci si potrà andare in treno veloce in meno di 8 ore. A proposito: impressionanti sono non solo gli investimenti ferroviari, ma tutti quelli che hanno a che vedere con l’ambiente. 5 anni fa a Pechino si soffocava, ora (grazie anche a quanto è stato fatto per le olimpiadi) l’aria è migliorata di molto. 20 anni fa, quando ero stato la prima volta, mi aveva impressionato il numero delle biciclette a Pechino: stavolta il fatto che ormai ci siano praticamente solo motociclette elettriche, perché si è deciso che quelle «normali» inquinano troppo!

Credo proprio che Giovanni Arrighi abbia ragione e sia arrivato il momento di discutere un po’ seriamente, e non in base a slogan o preconcetti, di quanto sta capitando in Cina. Tra l’altro i miei interlocutori del Comitato Centrale potrebbero cominciare ad aver ragione: i minimi salariali sono stati chiaramente aumentati, diversi ospedali sono stati «ri-nazionalizzati», il Primo Ministro Wen Jbao (molto più amato in Cina che non il Presidente Hu), continua a ripetere (e perciò è popolare) che è ora di cominciare a pensare ai più poveri. Il mio scetticismo comincia a vacillare …

P.S.: Nell’articolo non parlo di diritti umani, anche perché il tema era un altro. Ma discutiamone pure: personalmente ritengo però che la tematica vada affrontata tenendo conto che si parla di un paese di 1,3 miliardi di abitanti, dove il diritto umano più importante e fondamentale è quello di dar da mangiare a tutti.

* Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, 2008

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