Note sul 17° congresso del Partito comunista cinese

pcc_congressSi è concluso nei giorni scorsi il 17° congresso nazionale del Partito comunista cinese (PCC), alla presenza 2.217 delegati in rappresentanza di 73 milioni di iscritti, organizzati in 3,5 milioni di organizzazioni di base disseminate in tutto il Paese. Il congresso ha approvato la relazione del segretario Hu Jintao (a nome del Comitato centrale uscente), una risoluzione finale e una di modifica di alcuni articoli dello Statuto del partito. Ed ha eletto i nuovi organismi dirigenti. Il nuovo CC (rinnovato per la metà dei suoi membri) ha confermato Hu Jintao alla guida del partito per i prossimi 5 anni ed ha eletto gli organismi più ristretti (Ufficio Politico, Segreteria, Comitato permanente dell’Ufficio politico). Da questi risulterebbe – sia pure in un contesto di sintesi e di enfatizzazione della direzione collegiale, volte ad evitare ogni personalizzazione o frattura interna – un sostanziale rafforzamento (non scontato) delle posizioni di Hu Jintao. Ciò nell’ambito di una dialettica che, schematizzando, si è sviluppata tra chi pone l’accento sulla necessità di proseguire la linea dello sviluppo accelerato anche pagando alti costi sociali; e chi invece, come Hu Jintao, sottolinea gli elementi qualitativi della nozione di “sviluppo” e pone l’accento su esigenze di riequilibrio, equità sociale, compatibilità ambientali, sviluppo della democrazia socialista, innovazione della teoria marxista.

Bilancio politico e sintesi storica e teorica
 
Il rapporto introduttivo è suddiviso in 12 capitoli, che rappresentano altrettanti capisaldi della linea e delle priorità del PCC.
 
1. Nel primo capitolo, si tira un bilancio dell’attività degli ultimi 5 anni. Si evidenziano i punti di avanzamento realizzati in termini di sviluppo economico (con una crescita media annua del PIL superiore al 10%); la sostanziale stabilità dei prezzi; l’aumento complessivo dei redditi reali della popolazione e la diminuzione dei livelli di povertà; la maggiore attenzione dedicata ai problemi dell’ambiente, della democrazia, dell’innovazione teorica, della lotta contro la corruzione e per il rafforzamento della “natura di avanguardia” del partito nelle nuove contraddizioni della società cinese, in coerenza con le propria finalità socialiste; la crescita considerevole del ruolo internazionale della Cina.
 
Ma, nondimeno, si sottolinea che nonostante tali risultati, si è ancora”lontani dalle aspettative della popolazione” e che restano aperti molti problemi e difficoltà, come quelli relativi ad una “crescita realizzata con eccessivi costi sociali e ambientali”; “squilibri nello sviluppo tra città e campagna, tra regioni, tra sviluppo economico e avanzamento sociale”; problemi di “occupazione, sicurezza sociale, distribuzione del reddito, educazione e salute pubblica, alloggi, sicurezza del lavoro, povertà, corruzione, burocratismo…”.
 
2. Nel secondo capitolo, assai impegnativo nella definizione del profilo politico-ideologico del PCC e del suo bilancio storico, emerge la volontà di ricercare una sintesi storica e teorica di tutto il percorso della Cina popolare, evitando rotture o scomuniche di vario genere (diversamente da quella che fu, in proposito, l’esperienza del partito sovietico). Ovvero, di “sintetizzare l’insieme della saggezza e dei contributi di diverse generazioni di comunisti cinesi”.
 
Si ricorda che la trentennale politica di riforma e di apertura ispirata dalla seconda generazione (Deng Xiaoping), “una autentica nuova rivoluzione” a cui il PCC continua ad ispirarsi, “è stata condotta sulle fondamenta costruite dalla prima generazione di dirigenti del partito sotto la guida di Mao Zedong”, i cui meriti storici non vengono ripudiati, ma sussunti dentro una sintesi storica e teorica che pure comprende una valutazione critica della “rivoluzione culturale” e della teoria del “primato della lotta di classe” rispetto alla centralità dello sviluppo delle forze produttive, nella “fase primaria di costruzione del socialismo” e in un paese ancora in via di sviluppo come la Cina.
 
Nel solco della ispirazione di Deng, si afferma il valore della teoria delle “Tre rappresentanze”, che ha caratterizzato la politica della terza generazione e della leadership di Yang Zemin, che ha dato nuovo impulso allo sviluppo del “socialismo di mercato” in un contesto internazionale assai complesso, riconoscendo il ruolo progressivo e il valore di differenti strati sociali (operai, contadini, tecnici, intellettuali, strati intermedi produttivi e imprenditoriali) in questa fase “primordiale” della costruzione del socialismo. Una fase, sottolinea la relazione, destinata comunque a “durare per una lunga fase storica”, in cui “la contraddizione principale continuerà ad essere quella tra necessità materiali e culturali crescenti della popolazione e inadeguatezza della produzione materiale volta a soddisfarle”.
 
Questa linea ha consentito, tra l’altro, di “ridurre da 250 a 20 milioni l’area di povertà nelle zone rurali”. Si sottolinea però che – nel contesto delle nuove contraddizioni create dallo sviluppo accelerato in Cina – è necessario porre oggi l’accento su politiche di riequilibrio e di equità sociale, di sviluppo sostenibile ed eco-compatibile: concetti che vengono riassunti nelle nozioni di “concezione scientifica dello sviluppo” ed “armonia sociale” (quest’ultima, di chiara derivazione confuciana) che caratterizzano la linea della nuova direzione cinese.
 
“Assumendo un profilo ideologico marxista – cito dalla relazione – il PCC ha ricercato costantemente le risposte alle maggiori questioni teoriche e pratiche incontrate : cos’è il socialismo e come costruirlo, quale tipo di partito costruire e come, quale tipo di sviluppo per la Cina e come conseguirlo. Il Partito ha cercato di adattare costantemente il marxismo alle condizioni concrete della Cina, per arricchire così la propria base teorica, politica e programmatica. Il socialismo e il marxismo hanno mostrato grande vitalità in terra cinese…Solo il socialismo può salvare la Cina e solo una politica di riforme e di apertura può garantire lo sviluppo della Cina, del socialismo e del marxismo…Nel corso storico della politica di riforma e di apertura, il PCC ha cercato di coniugare i suoi quattro principi cardinali (la prospettiva socialista, la dittatura democratica del popolo, la funzione dirigente del Partito comunista, il marxismo-leninismo e il pensiero di Mao Zedong) alle condizioni concrete e peculiari della Cina”.
 
“La concezione del socialismo con peculiarità cinesi costituisce un insieme di teorie scientifiche che includono la teoria di Deng Xiaoping, la concezione delle Tre rappresentanze, l’idea di uno sviluppo scientifico (sostenibile) ed altre importanti acquisizioni strategiche. Questo sistema esprime l’assunzione del Partito – e lo sviluppo – del marxismo-leninismo e del pensiero di Mao Zedong e incarna l’elaborazione e il duro lavoro di diverse generazioni di comunisti cinesi…Non c’è fine alla pratica e all’innovazione, che noi dobbiamo costantemente sviluppare per emancipare le nostre menti, bandendo rigidità e stagnazione…Il nostro è un sistema di pensiero dinamico, completamente aperto e in costante evoluzione”.
 
Un approccio qualitativo alla nozione di sviluppo
 
3. Nel terzo capitolo si articola l’idea cardine della nuova direzione cinese per una “concezione scientifica dello sviluppo”, ovvero quella che nella nostra cultura abbiamo assunto come sviluppo socialmente ed ecologicamente compatibile, e che – dice il rapporto – deve essere parte integrante di una concezione socialista dello sviluppo. Una concezione cioè non meramente quantitativa, ma qualitativa dei parametri dello sviluppo e della crescita economica, che la nuova direzione del PCC assume come “principio guida”, assieme a quello di una “società socialista fondata sull’armonia sociale”, fino a farne oggetto di apposite integrazioni nello Statuto del partito.
 
Si rileva che “la crescita economica è stata pagata troppo cara in termini di risorse, squilibri e compatibilità ambientali…Il trend del divario crescente nella distribuzione del reddito non è stato ancora adeguatamente rovesciato, abbiamo ancora un numero rilevante di persone povere o a basso reddito sia nelle città che nelle campagne, ed è diventato sempre più difficile conciliare gli interesse di tutte le parti sociali”. Pertanto, “la concezione di uno sviluppo scientifico, nella sua essenza, pone al centro gli interessi della grande maggioranza del popolo, per uno sviluppo equilibrato e sostenibile” e si propone “in modo energico la costruzione di una società socialista armoniosa”, posto che “l’armonia, l’equità sociale, la giustizia devono essere peculiarità essenziali del socialismo”.
 
4. Nel quinto capitolo si propone l’obbiettivo di costruire, entro il 2020, una “società di media prosperità…quadruplicando il PIL annuo pro-capite rispetto al dato del 2.000” (da 856 dollari a 3.500). La qual cosa (ma la relazione non lo dice) potrebbe portare il PIL complessivo della Cina, calcolato a parità di potere d’acquisto, ad un livello superiore a quello degli Stati Uniti, al primo posto nella classifica mondiale. Dunque, una “media prosperità” corroborata da una “espansione della democrazia socialista”, da una crescente “equità e giustizia sociale”, da una “prevalenza dei valori di una cultura e di un’etica socialista nella popolazione”, con un diffuso “sistema di sicurezza sociale”, oggi ancora largamente deficitario; “l’eliminazione della povertà” ed un forte “incremento dell’incidenza relativa delle fonti rinnovabili e non inquinanti di energia”.
 
5. Nel sesto capitolo, si entra più nel dettaglio dei caratteri di uno “sviluppo sano e rapido” dell’economia nazionale”, tra cui segnaliamo (per titoli) :
 
un’”autonoma capacità”, sempre meno dipendente dall’estero, “di sviluppo dell’innovazione scientifica, tecnologica, manageriale”;
 
l’estensione e la crescita di “grandi imprese multinazionali, pubbliche o a prevalente controllo pubblico, sempre più competitive sul mercato mondiale”. (Si consideri che già nel 2006 l’84% del PIL cinese è stato prodotto dalle 500 maggiori imprese cinesi. E che tra queste, ben 349 – che hanno espresso l’85% della ricchezza prodotte tra tutte le 500 – sono imprese statali o controllate dallo Stato. Mentre solo 89 sono quelle private, che hanno espresso una ricchezza pari all’8,4% delle 500);
 
il “riequilibrio nello sviluppo città-campagna”, con la “modernizzazione di una nuova agricoltura su basi socialiste”, e il “tra regioni a diverso grado di sviluppo”;
 
uno “sviluppo ecologicamente sostenibile”;
 
una “ristrutturazione profonda ed equa del sistema fiscale e di regolazione macro-economica”;
 
il sostegno a diverse forme di proprietà e di imprenditorialità, nel quadro di una “prevalenza strategica del settore pubblico”.
 
Democrazia e cultura socialista
 
6. Un intero capitolo (il sesto) viene dedicato alla necessità di “operare con fermezza nello sviluppo di una democrazia socialista”, e la cosa è in sé comunque indicativa di una prospettiva e di una riflessione in corso, quali che siano i limiti in questo campo tuttora persistenti nel contesto cinese, e che certamente non possono rappresentare un “modello” per le società capitalistiche più sviluppate.
 
Tale sviluppo democratico viene collocato entro parametri che non sono certamente quelli di una imitazione dei modelli di democrazia liberale che caratterizzano le società capitalistiche dell’Occidente (su ciò, almeno per ora, la linea di demarcazione è netta, anche se esistono nel PCC tendenze che spingono in questo senso). Per cui, dentro un contesto in cui si riconferma la “leadership del partito comunista”, si intende operare per un “approfondimento della democrazia interna di partito”, per rendere vitale “il sistema della cooperazione multipartitica” (in Cina esistono otto piccoli partiti, oltre il PCC, espressione di settori sociali, religiosi, culturali, la cui attivizzazione può rappresentare un’inizio primordiale di sperimentazione di nuove forme di pluralismo controllato); il “rispetto dei diritti umani; la definizione di procedure democratiche di elezione; la promozione a livelli alti di responsabilità di personalità non iscritte al partito (recente la nomina, per la prima volta, di due ministri-ndr); la fine di ogni arbitrio leaderistico, ad ogni livello, e la piena attuazione di un primato della legalità in cui cominci gradualmente ad operare un sistema di articolazione e divisione dei poteri tra le diverse istituzioni sociali e statali (governo, parlamento, enti locali, magistratura, sindacati, associazioni di categoria, associazioni religiose, gruppi etnici, giornali, riviste…). In nome dell’unità nazionale si prospetta cioè “una crescente armonia tra i diversi partiti politici, le diverse etnie e religioni, i diversi strati sociali e i nostri compatrioti che vivono all’estero”.
 
Si prospetta inoltre “un sistema di autogoverno per i livelli primari della società” (enti e comunità locali…), quasi a voler avviare – con la prudenza e la gradualità che caratterizza l’approccio della direzione cinese sui temi più delicati e controversi – una fase di sperimentazione di forme più avanzate di democrazia e partecipazione popolare, partendo dal basso, evitando gli scossoni e i rischi che ciò determinò nell’improvvida e avventuristica perestroika gorbacioviana (lo stesso criterio che del resto fu seguito da Deng e dai suoi successori nella riforma economica, iniziata a piccoli passi e con estrema gradualità ben 30 anni fa, prima di pervenire a svolte più radicali). Un approccio che, in materia di riforma del sistema politico, potremmo definire di tipo “andropoviano” e che nell’esperienza sovietica non riuscì purtroppo ad affermarsi.
 
7. Nel settimo capitolo si pone il tema dello “sviluppo intenso di una cultura socialista” di massa, a riprova che il gruppo dirigente cinese è ben consapevole, marxianamente, che l’emergere strutturale, nella società cinese, di forti spinte ad una cultura di mercato, individualistica, di tipo borghese, soprattutto nelle nuove generazioni, se non adeguatamente contrastata e governata – sul piano sociale, materiale, ma anche su quello culturale e dei valori – potrebbe compromettere nel tempo le basi stesse della prospettiva socialista, nella società e nel partito. (L’esperienza storica del PCUS e dello stesso PCI rappresentano in proposito esempi emblematici, ancorché negativi…). Ciò richiede – si dice – “un forte sforzo innovativo della teoria marxista”, senza il quale le capacità propulsive e di attrazione del marxismo e di una cultura finalizzata al socialismo possono essere messe fortemente a rischio nella vita presente e futura della Cina. Ciò richiede un “complesso lavoro sul piano ideologico, che sappia anche rispettare le divergenze e consentire una diversità di approcci”.
 
8. Nell’ottavo capitolo vengono dettagliate una serie di indicazioni relative alla costruzione di una “società socialista fondata sull’armonia sociale”, riconducibili alla citata prospettiva di costruzione di uno Stato sociale che garantisca giustizia, equità, riequilibrio nella distribuzione della ricchezza. E dove si allude, tra l’altro, alla necessità di introdurre “meccanismi automatici di incremento e rivalutazione” dei redditi da lavoro dipendente.
 
La Cina e il mondo
 
9. Il nono capitolo affronta il tema della “modernizzazione della difesa nazionale e delle Forze armate”, che debbono essere “più rivoluzionarie, più moderne e più conformi agli standard internazionali, con una integrazione ed un progresso non sbilanciato tra questi tre fattori”.
 
10. Il decimo capitolo tratta la questione di Taiwan e della “riunificazione nazionale pacifica della madre patria, sulla base del principio Un Paese, due sistemi, tramite negoziati formali e pacifici”, come già si è fatto con successo nel caso di Hong Kong e Macao. E viene nel contempo avvertita la classe dirigente di Taiwan ( e i suoi amici nel mondo) che “la Cina non tollererà mai alcuna secessione”.
 
11. L’undicesimo capitolo è dedicato alla politica estera, in modo assolutamente sintetico e senza entrare nell’analisi di singoli scenari (come è tradizione della direzione cinese da diversi congressi). Su questo tema si tende a diplomatizzare tutta una serie di divergenze con altri Paesi, a partire dagli USA, in nome di una realpolitik finalizzata a non inasprire alcun tipo di contenzioso, oppure si parla per allusioni.
 
Ci si limita a richiamare alcuni principi guida – certo non asettici o fuori dal tempo – quali:
 
la priorità alla “pace, alla cooperazione pacifica per lo sviluppo, alla difesa della natura e del Pianeta come unica casa comune di tutta l’umanità”;
 
il sostegno alle dinamiche di “un mondo multipolare e sempre più interdipendente”: un processo considerato “irreversibile”;
 
una valutazione per cui “i rapporti di forza internazionali stanno cambiando a favore delle forze che vogliono il mantenimento della pace e della stabilità internazionale”; benché “il contesto mondiale siano lungi dall’essere tranquillo”, dove “continuano a manifestarsi forme di egemonismo e di politica di potenza, conflitti locali e zone calde, squilibri crescenti nell’economia mondiale, con un divario crescente tra Nord e Sud, nonché vecchie e nuove minacce alla sicurezza”;
 
l’imperativo che tutti “rispettino regole e principi della Carta delle Nazioni Unite” e del “diritto internazionale” e si impegnino alla “risoluzione pacifica di tutte le controversie internazionali, respingendo il ricorso alla guerra”;
 
la “difesa ferma della sovranità della Cina e della sua integrità territoriale”;
 
il “rispetto pieno del diritto di ogni popolo e Paese alla scelta sovrana delle proprie vie di sviluppo, senza interferenze da parte di alcuno”;
 
il “sostegno agli sforzi dei Paesi in via di sviluppo a superare il divario Nord-Sud”;
 
lo “sviluppo di relazioni di amicizia e cooperazione con tutti i Paesi sulla base dei cinque principi della Coesistenza pacifica”.
 
Partito marxista
 
12. Il dodicesimo ed ultimo capitolo è dedicato al tema della “costruzione del Partito, in uno spirito di riforma e innovazione”. E qui si evidenziano:
 
la necessità di rafforzare “le capacità di governo del partito, la qualità dei quadri, il loro stretto legame fiduciario con la popolazione, la loro estraneità a fenomeni di corruzione” : condizioni necessarie, tra le altre, per salvaguardare e rilanciare “la natura di avanguardia del partito e il suo carattere di partito marxista”;
 
“lo sviluppo ideologico e teorico del Partito” che presuppone anche in questo ambito un approccio “innovativo del proprio patrimonio teorico” ed una “ferma adesione agli ideali del comunismo e del socialismo alla cinese”;
 
l’ ”espansione della democrazia interna di partito, il rispetto delle opinioni dei suoi membri, l’incremento della trasparenza nei processi decisionali, la creazione di un clima favorevole per discussioni democratiche,…una attuazione del centralismo democratico che impedisca e prevenga decisioni arbitrarie da parte di singoli o gruppi minoritari di persone”. Ciò richiede anche “l’introduzione di nuovi sistemi di voto e procedure elettorali interne, che comprendano regole trasparenti di selezione dei quadri e forme di competizione tra una pluralità di punti di vista e di candidature”, con una “particolare attenzione ai quadri femminili”, e al rispetto delle “minoranze etniche” (un richiamo questo, al “nostro popolo multi-etnico”, che ricorre incessantemente nella relazione);
 
la “promozione di non comunisti ai livelli più alti della direzione dello Stato” (come la recente nomina di due ministri esterni al PCC);
 
“ridurre il numero di documenti e incontri ufficiali, bandendo ogni formalismo, burocratico”;
 
“combattere la corruzione, nei suoi effetti e nelle sue cause originarie, sapendo che dal successo di questa lotta dipende in buona misura la credibilità del Partito agli occhi della popolazione, la sua stessa sopravvivenza”. Avendo piena consapevolezza del “principio basilare del materialismo storico per cui, in ultima analisi, sono i popoli che fanno la storia”.
 
Così, infine, nella parte conclusiva: “Sarà necessario più di un decennio di duro e costante lavoro per raggiungere l’obbiettivo di una società mediamente prospera e altri decenni per pervenire al livello di una modernizzazione nei suoi tratti essenziali. E ci vorranno almeno una decina, forse più decine di generazioni, per consolidare e sviluppare un sistema socialista. Siamo consapevoli delle difficoltà e dei pericoli che ci attendono. Dobbiamo essere preparati alle avversità in tempo di pace, attenti a tutti i pericoli potenziali, mantenendo sempre ferma la nostra fiducia nel marxismo e nel socialismo con le peculiarità del nostro Paese”.
 
Ci sarà modo e tempo per ritornare sulle questioni poste da questo importante appuntamento dei comunisti cinesi. Credo sia utile affrontare la discussione sulla base di una pur minima e succinta informazione documentale, anche al fine di evitare stereotipi, luoghi comuni e approcci propagandistici di vario segno, che non aiutano a capire. Mentre abbiamo invece bisogno soprattutto di capire, se è vero, come ha scritto di recente Fidel Castro, che “ per tutti quelli che, come noi, credono nel socialismo, quello che la Cina sta facendo rappresenta una speranza. Non è azzardato affermare che il futuro del socialismo nei prossimi decenni dipenderà in larga misura da quello che la Cina saprà realizzare”.

Fausto Sorini

L’Ernesto, 25 ottobre 2007

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