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	<title>Hands off China</title>
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		<title>Guidò una protesta contadina, oggi diventa leader del Partito Comunista</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 05:10:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dal PCC]]></category>

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		<description><![CDATA[Un anziano leader di una protesta contadina in Cina è stato ora scelto come leader locale del Partito Comunista Cinese. Lin Zulian, 67 anni, è stato eletto segretario del Partito del villaggio di Wukan, nella provincia meridionale di Guangdong. «Lo hanno votato i membri del partito», ha detto un abitante del villaggio, raggiunto al telefono [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=156&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2010/03/risingsun.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-48" title="risingsun" src="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2010/03/risingsun.jpg?w=300&#038;h=224" alt="" width="300" height="224" /></a>Un anziano leader di una protesta contadina in Cina è stato ora scelto come leader locale del Partito Comunista Cinese. Lin Zulian, 67 anni, è stato eletto segretario del Partito del villaggio di Wukan, nella provincia meridionale di Guangdong. «Lo hanno votato i membri del partito», ha detto un abitante del villaggio, raggiunto al telefono dall&#8217;agenzia stampa Dpa. Lin è stato uno dei leader della protesta dei contadini contro una società che intendeva costruire sui terreni comuni del villaggio. La protesta, iniziata in settembre, è sfociata in violenti scontri con la polizia, ed è ripresa con forza dopo la morte di uno dei suoi leader, Xue Jinbo, l&#8217;11 dicembre scorso. Le autorità affermano che Xue è morto d&#8217;infarto, ma sull&#8217;accaduto il 20 dicembre è stata aperta una inchiesta. Il leader locale del Partito Comunista è stato destituito e messo sotto indagine. E ora, come suo successore, è stato scelto Lin, uno dei portavoce della protesta. «La decisione di mettere Lin a capo del partito &#8211; ha commentato uno dei residenti &#8211; è molto importante, rappresenta un grande passo in avanti nella lotta alla corruzione e per la soluzione delle dispute che riguardano le nostre terre». La gente di Wukan sostiene che le autorità locali siano corrotte e abbiano venduto le loro terre a costruttori senza scrupoli senza nemmeno risarcirli in maniera adeguata. La situazione si è normalizzata solo a dicembre quando il vice segretario del Partito Comunista provinciale, Zhu Mingguo, incontrò i rappresentanti dei manifestanti e raggiunse con loro un accordo per porre fine alle proteste. Si tratta di un grande passo avanti a dimostrazione del fatto che il Partito Comunista Cinese non è votato al capitalismo e che sa correggere drasticamente il tiro quando suoi esponenti si macchiano di errori gravi o di crimini.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giulemanidallacina.wordpress.com/156/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giulemanidallacina.wordpress.com/156/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/giulemanidallacina.wordpress.com/156/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/giulemanidallacina.wordpress.com/156/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/giulemanidallacina.wordpress.com/156/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/giulemanidallacina.wordpress.com/156/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/giulemanidallacina.wordpress.com/156/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/giulemanidallacina.wordpress.com/156/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/giulemanidallacina.wordpress.com/156/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/giulemanidallacina.wordpress.com/156/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/giulemanidallacina.wordpress.com/156/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/giulemanidallacina.wordpress.com/156/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/giulemanidallacina.wordpress.com/156/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/giulemanidallacina.wordpress.com/156/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=156&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Le cooperative collettive agricole sono in aumento</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 01:31:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e Socialità]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo una tesi assai diffusa nella sinistra occidentale, non sono esistite quasi più cooperative rurali in Cina poco dopo la morte di Mao. E’ del resto tutto falso. Il quotidiano del Popolo del 21 agosto 2010 (“China rural cooperatives help boost farmers, income”) ha riportato che a Marzo del 2010 esistevano ormai più di 27.000 cooperative agricole [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=152&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2010/03/students.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-62" title="students" src="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2010/03/students.jpg?w=460" alt=""   /></a>Secondo una tesi assai diffusa nella sinistra occidentale, non sono esistite quasi più cooperative rurali in Cina poco dopo la morte di Mao. E’ del resto tutto falso. Il quotidiano del Popolo del 21 agosto 2010 (“China rural cooperatives help boost farmers, income”) ha riportato che a Marzo del 2010 esistevano ormai più di 27.000 cooperative agricole in Cina, quasi il triplo di quelle invece operanti alla fine del 2008: coinvolgendo già ora decine di milioni di contadini associati alla “linea rossa” e godendo di forte sostegno politico-economico da parte dello Stato cinese. Nel completo silenzio dei giornali occidentali dal 2007 nelle campagne sta ormai crescendo una gigantesca ondata cooperativa assolutamente volontaria la quale ha fatto in modo che all’inizio del 2010 più di un villaggio cinese su tre abbia al suo interno una cooperativa di produzione agricola.<br />
<span id="more-152"></span>Non a caso il Global Times (28 giugno 2010, “ Small farmers are harvesting the big market”) ha sottolineato che è la seconda volta dopo il 1953/56, che i contadini cinesi “si stanno organizzando per lavorare insieme”, per produrre assieme in modo cooperativo: una notizia di non poco conto, che sta interessando la vita quotidiana di centinaia di milioni di persone del gigantesco paese asiatico.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;"><em>Fonte:</em></span> M. Leoni e R. Sidoli, “Il ruggito del dragone” ed. Aurora</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giulemanidallacina.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giulemanidallacina.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/giulemanidallacina.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/giulemanidallacina.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/giulemanidallacina.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/giulemanidallacina.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/giulemanidallacina.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/giulemanidallacina.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/giulemanidallacina.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/giulemanidallacina.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/giulemanidallacina.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/giulemanidallacina.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/giulemanidallacina.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/giulemanidallacina.wordpress.com/152/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=152&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il Piano quinquennale cinese: un&#8217;economia rosso-verde!</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2011 01:32:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e Socialità]]></category>

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		<description><![CDATA[Il XII piano quinquennale si propone di migliorare notevolmente i salari e il sistema di protezione sociale (sanità, istruzione, alloggi), e si orienta decisamente verso l’“economia verde”, la protezione ambientale e l’alta tecnologia. Ci hanno sicuramente provato, i paesi imperialistici, a trascinare la Cina (prevalentemente) socialista nel baratro della depressione in cui il sistema capitalistico mondiale [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=148&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2011/08/a-strong-wind.jpg"><img class="size-full wp-image-149 alignleft" title="A-Strong-Wind" src="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2011/08/a-strong-wind.jpg?w=460" alt=""   /></a>Il XII piano quinquennale si propone di migliorare notevolmente i salari e il sistema di protezione sociale (sanità, istruzione, alloggi), e si orienta decisamente verso l’“economia verde”, la protezione ambientale e l’alta tecnologia. Ci hanno sicuramente provato, i paesi imperialistici, a trascinare la Cina (prevalentemente) socialista nel baratro della depressione in cui il sistema capitalistico mondiale è caduto da tempo e si trova tuttora, a partire almeno dall’inizio del 2008; ma non ci sono riusciti, a dispetto delle loro fameliche speranze.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-148"></span></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Sviluppo del mercato interno</strong><br />
Nel corso del 2008 la Cina dipendeva ancora per circa l’11% del suo pnl dalla sua interconnessione economica con il mercato estero, e proprio nel 2008 le esportazioni cinesi erano crollate almeno del 40% a causa della formidabile onda d’urto della recessione che stava colpendo con estrema durezza la rete imperialistica mondiale, a partire dagli Stati Uniti <span style="color:#ff0000;"><strong><em>1</em></strong></span>. Senza profondi interventi correttivi, pertanto, ci si poteva aspettare una caduta di circa il 4% del pnl cinese nel 2008 e soprattutto nel 2009, in conseguenza diretta del crollo delle esportazioni del paese, oltre a tutta una serie di conseguenze sociali indirette quali un aumento esponenziale della disoccupazione urbana e il rientro nelle zone rurali di decine di milioni di lavoratori migranti, con conseguente crescita delle tensioni sociali e (nelle aspettative di centri imperialistici, soprattutto statunitensi) il possibile sviluppo di un forte movimento di opposizione di matrice anticomunista all’interno del gigantesco paese asiatico.<br />
Tuttavia, come avvenne nel 1997-98 e durante la gravissima crisi finanziaria che sconvolse larga parte dell’Asia (proprio con l’eccezione cinese), si è verificata una profonda asimmetria tra le interessate previsioni della borghesia mondiale e la dinamica reale degli eventi a Pechino e dintorni. Dal novembre 2008, il partito comunista cinese e le autorità statali reagirono, infatti, con relativa rapidità alla nuova disastrosa recessione economica mondiale, lanciando una sorta di “New Deal” cinese imperniato su giganteschi investimenti pubblici pari al valore di 586 miliardi di dollari (circa un sesto del pnl), al fine di contrastare la caduta vertiginosa delle esportazioni dirette verso i disastrati mercati di consumo occidentali. Come aveva notato Il Sole 24 Ore proprio nel novembre del 2008, “si parlava da giorni di un possibile intervento del governo cinese, ma si aspettava che una misura potesse essere annunciata solo dopo il G20 di Washington e alla luce dei dati macroeconomici di ottobre, che si preannunciano molto deludenti. Inoltre le cifre calcolate sino ad ora erano molto inferiori a quelle annunciate ieri: il governo ha, infatti, varato un piano da oltre 4 mila miliardi di yen in due anni, cioè 586 miliardi di dollari, una cifra che corrisponde al 16% del prodotto interno lordo. A paragone il piano di stimolo da 168 miliardi varato in primavera dal Congresso americano equivaleva solo all’1% del pil, mentre il Giappone ha promesso sgravi fiscali per 51,5 miliardi e la Germania ha annunciato facilitazioni per 29,9 miliardi. In realtà la cifra complessiva del piano cinese potrebbe rivelarsi inferiore perché sembra includere anche gli stanziamenti già varati per ricostruire le aree devastate dal terremoto di maggio. Resta tuttavia il fatto che il piano ha la dimensione necessaria per avere un forte impatto sulla crescita, anche se i risultati non si vedranno subito fra un trimestre o due. In base a quanto reso noto dal governo, verranno aumentati gli investimenti in infrastrutture, in abitazioni popolari, in agricoltura, in sanità e verranno aumentate le pensioni e ridotte le tasse sulle aziende. La crescita del pil cinese ha rallentato al 9% nel terzo trimestre dall’11,9% dell’anno precedente, assestandosi al livello più basso degli ultimi cinque anni. Le ultime proiezioni del Fondo Monetario Internazionale, pubblicate solo la scorsa settimana, prevedono un rallentamento della crescita in Cina al 9,7% nel 2008 e all’8,5% nel 2009. Sebbene si tratti di valori stellari per ogni altra nazione del mondo, lo sono meno per la Cina che si è abituata a un’espansione a due cifre nel corso dell’ultimo quinquennio e dove gli esperti ritengono che il pil debba crescere di almeno l’8% l’anno se si vuole evitare il riesplodere di tensioni sociali. La Cina aveva già fatto ricorso con successo alla strategia dei maxipiani di stimoli nel 1998, quando il Paese era rimasto coinvolto dalla crisi delle tigri asiatiche. Il piano di allora era inferiore a quello annunciato ieri in relazione al pil, ma contribuì a giudizio unanime degli economisti a rilanciare un’economia che rischiava di rimanere invischiata in una crisi di lungo termine. Il dragone cinese uscì invece rinfrancato dal piano di aiuti ritrovando in fretta la strada della crescita. La speranza è che il miracolo di dieci anni fa si verifichi anche in questa occasione permettendo alla Cina di compensare con la crescita della domanda interna la netta flessione della domanda in arrivo da mercati di sbocco tradizionale come gli Stati Uniti e l’Europa” <strong><em><span style="color:#ff0000;">2</span></em></strong>.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Le ragioni del “miracolo cinese”</strong><br />
Il “miracolo”di cui parlava Il Sole 24 Ore si è effettivamente verificato, tanto da attivare l’attenzione invidiosa forzatamente ammirata dell’insospettabile ed anticomunista rivista statunitense Time: ogni anno essa regolarmente pubblica una copertina dedicata alla “persona dell’anno”, e per il 2009 concorrevano per tale “titolo” anche quattro sconosciute lavoratrici cinesi, che rappresentavano l’insieme dei produttori diretti del gigantesco paese asiatico.<br />
Perché tale nomination? Secondo il Time, i lavoratori cinesi erano stati scelti come possibili “personaggi dell’anno” per il loro contributo agli sforzi cinesi tesi ad assicurare un tasso di crescita dell’otto per cento del prodotto nazionale lordo nell’anno 2009. A parere del giornale statunitense, “un anno fa molti pensavano che raggiungere un tale risultato” (l’aumento dell’8%) “fosse solo un sogno. Ma la Cina l’ha ottenuto, e quest’anno essa rimane la più grande economia con il più veloce tasso di aumento al mondo, ed uno stimolo economico diretto per ciascuna nazione del pianeta”. A giudizio della rivista capitalistica degli USA, il merito era soprattutto dei lavoratori cinesi nel raggiungimento dell’obiettivo. La rivista Time aveva espresso un concetto in parte giusto, ma aveva anche commesso due errori.<br />
Primo sbaglio: la Cina non aveva solo raggiunto l’obiettivo dell’8% per il tasso di aumento del pnl, ma l’aveva superato: secondo i dati forniti il 21 gennaio 2010, il saggio di aumento del pnl cinese per l’intero 2009 è risultato pari all’8,7%, mentre il tasso di crescita per l’ultimo trimestre del 2009 si è innalzato addirittura fino al 10,7%. Percentuali splendide che hanno riempito d’orgoglio i comunisti di tutto il mondo e che invece hanno impaurito la borghesia mondiale. Come aveva giustamente notato il rappresentante del PCC alla riunione dei partiti comunisti di tutto il mondo, tenutasi a Delhi a fine novembre 2009, il “successo nella costruzione di una Cina più forte non solo può contribuire ad arricchire e sviluppare il marxismo, ma anche incoraggiare e ispirare i comunisti in tutto il mondo a fare riferimento al socialismo. Questo, credo, sarà un grande contributo per il movimento socialista internazionale”.<br />
Non solo il PCC aveva pienamente ragione su questo importante nodo teorico e pratico, ma la frase sopra riportata ci permette anche di capire il secondo e inevitabile “errore” commesso da Time: il merito del “miracolo economico” raggiunto dalla Cina del 2009 va sicuramente ai lavoratori cinesi, affiancati e supportati tuttavia in modo simultaneo dall’azione lucida ed intelligente della loro avanguardia politica, il PCC. L’aumento del pnl cinese dell’8,7% nel 2009 era anche il frutto del gigantesco pacchetto di stimolo statale dell’autunno 2008, dell’impennata del tasso di aumento degli investimenti delle aziende statali cinesi (non certo di quelle private…), delle misure governative tese ad aumentare i consumi dei lavoratori, a garantire a partire dal 2009 l’accesso gratuito e generalizzato ai servizi medici di base, a costruire case per gli operai con prezzi accessibili, ecc. <span style="color:#ff0000;"><strong><em>3</em></strong></span><br />
Che differenza abissale con le politiche adottate dal reale e concreto capitalismo occidentale, nel quale invece si è riaffermato il solito principio della “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite” subite dalla borghesia. Come ha ben sottolineato V. Giacché, “negli stati Uniti la battaglia contro il welfare è portata avanti dalla destra repubblicana, camuffata da lotta contro l’invadenza dello Stato. Si tratta di un concetto piuttosto curioso in un Paese in cui lo Stato negli ultimi anni è intervenuto nell’economia quasi soltanto come donatore di sangue nei confronti di imprese private in difficoltà. Si pensi ai 464 miliardi di dollari per il solo programma TARP (lanciato dopo il fallimento di Lehman Brothers), 214 dei quali devono ancora rientrare (le banche in genere hanno restituito i soldi ricevuti, non così la compagnia assicuratrice AIG e i produttori automobilistici GM e Chrysler). Poi c’è il programma di stimoli varato da Obama nel febbraio 2009: altri 177 miliardi di dollari tra incentivi e agevolazioni fiscali. Né vanno dimenticati gli acquisti di titoli tossici da parte della Fed per oltre 1000 miliardi. Di fatto, per queste vie una quota ingente di debito privato è stata accollata al bilancio pubblico” <strong><em><span style="color:#ff0000;">4</span></em></strong>.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Un salto di qualità decisivo</strong><br />
Ma non solo: in modo brillante e in parte autocritico, la direzione del PCC ha “trasformato il veleno in cibo”: in altri termini, essa ha utilizzato l’occasione/pericolo della grave depressione che dal 2008 colpisce il mondo capitalistico, per progettare e mettere in campo un salto di qualità decisivo nel modello di sviluppo di lungo periodo della formazione economico-sociale cinese. Un balzo qualitativo di grande portata che, in estrema sintesi, si articola su tre elementi centrali:</p>
<ul style="text-align:justify;">
<li>maggiori consumi popolari, meno risorse destinate all’accumulazione;</li>
<li>più alta tecnologia, meno settori a bassa composizione organica del capitale;</li>
<li>più energia verde rinnovabile, meno fonti energetiche inquinanti e non rinnovabili.</li>
</ul>
<p style="text-align:justify;">È stata, infatti, elaborata la progettualità/praxis tesa a creare una nuova fase nella dinamica del socialismo in Cina, che coniughi l’aumento ancora più rapido del tenore di vita operaio e contadino con la tutela ambientale e la sostenibilità del processo di sviluppo interno, l’enorme accelerazione dell’utilizzo delle energie rinnovabili con l’innalzamento esponenziale del livello qualitativo della scienza e tecnica cinesi, la riduzione progressiva della dipendenza (relativa) dalle esportazioni con la crescita della domanda endogena di beni di consumo e la riduzione dell’elevatissimo tasso di risparmio dei lavoratori cinesi.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Il XII piano quinquennale</strong><br />
Il progetto di lungo periodo enucleato dopo il 2007, di portata epocale per la Cina e il mondo intero, ha trovato la sua principale forma di cristallizzazione pratica quando, a metà ottobre del 2010, il Comitato Centrale del PCC ha approvato le linee guida del dodicesimo piano quinquennale, elaborato per il gigantesco paese asiatico ed in vigore dal 2011 al 2015.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Ruolo decisivo della pianificazione</strong><br />
Il primo elemento importante è che viene riconfermato il ruolo assai importante svolto dalla pianificazione e dall’intervento politico (sia dal centro che dalle “periferie”, dalle diverse municipalità e regioni) all’interno del processo di riproduzione complessiva dell’economia cinese: il dominio del cosiddetto libero mercato, con le sue presunte “virtù”, i dirigenti del PCC preferiscono giustamente lasciarlo in esclusiva al declinante capitalismo occidentale con i suoi recenti fallimenti economici e crack finanziari generalizzati.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Sviluppo inclusivo</strong><br />
In seconda battuta, l’obiettivo finale del dodicesimo piano quinquennale consiste nel raggiungimento di una crescita del 50% in cinque anni, a un ritmo annuale di quasi il 9%, in grado di consentire alla Cina di ottenere nel 2015 un prodotto nazionale lordo pari a 7500 miliardi di dollari, contro i circa 5000 del 2009: si tratta del mezzo indispensabile per avviare uno “sviluppo inclusivo” affinché (come evidenzia il documento del PCC) “tutti i cittadini […] possano vivere in una condizione di benessere”.<br />
Anche il giornalista anticomunista A. Paglia ha ammesso che il dodicesimo piano “prevede, come d’incanto, lo stop all’inflazione, il taglio delle tasse ai ceti bassi e l’aumento generale degli stipendi. Nel 2011 i salari minimi aumenteranno di un altro 20%, come l’anno scorso, ma con punte del 75% nelle regioni interne. Un operaio passerà da 124 a 146 euro al mese. Nelle città la busta paga media sarà di 2000 euro all’anno, rispetto ai 600 guadagnati nelle zone rurali” <span style="color:#ff0000;"><strong><em>5</em></strong></span>.<br />
Benessere diffuso e collettivo, dunque, con la massima centralità attribuita allo sviluppo e alla domanda interna rispetto al settore dell’esportazione con alcune priorità sociali:</p>
<ul style="text-align:justify;">
<li>Estendere e migliorare notevolmente il sistema di protezione sociale ed il welfare state cinese, a partire dal settore sanitario e scolastico.</li>
<li>Incrementare enormemente la produzione per mano pubblica di case a basso prezzo per le masse popolari urbane: è prevista la costruzione di ben 35 milioni di immobili a basso prezzo entro il 2015. Sotto questo profilo, il premier cinese Wen Jiabao ha affermato nell’aprile del 2011 nel rapporto di lavoro del governo che “quest’anno inizieremo la costruzione di dieci milioni di appartamenti derivati dalla ristrutturazione delle case popolari. Vogliamo concentrarci sugli appartamenti pubblici. Il bilancio delle forze centrali ha in programma di versare 103 miliardi di RMB come fondi di sovvenzione, incrementati di 26,5 miliardi di RMB rispetto all’anno scorso. I governi a tutti i livelli riceveranno i fondi in diverse forme e aumenteranno sostanzialmente gli investimenti. Dovranno costruire al più presto un sistema amministrativo d’utilizzo dei fondi, case popolari funzionali, aumentare la trasparenza e rafforzare il controllo sociale, per garantire che le famiglie che hanno i giusti requisiti possano beneficiare di tutto questo” <strong><em><span style="color:#ff0000;">6</span></em></strong>.</li>
<li>Continuare nel ritmo di espansione accelerato dei salari, a partire da quelli minimi, che ha già contraddistinto la Cina negli ultimi tre anni: non a caso a Pechino, dal 1° gennaio del 2011, il salario minimo è stato aumentato del 20% in un sol colpo.</li>
</ul>
<p style="text-align:justify;"><strong>Hi-tech e green economy</strong><br />
In terzo luogo viene abbandonata la strategia della crescita indiscriminata e Pechino punta ora alla qualità, riducendo il tasso di crescita, focalizzando l’attenzione sulle modifiche strutturali e, soprattutto, selezionando nove settori chiave: energie alternative, nuovi materiali, tecnologie informatiche, biologia e medicina, protezione ambientale, aerospaziale, navale, industrie avanzate e servizi Hi-tech, nei quali verrà iniettato un flusso di risorse di enormi dimensioni. In tal modo l’“economia verde” diventa il futuro prossimo della Cina (prevalentemente) socialista e non certo dello squallido, declinante ed antipopolare capitalismo di stato mondiale <span style="color:#ff0000;"><strong><em>7</em></strong></span>.<br />
Sotto questo aspetto “verde-tecnologico”, alcuni osservatori hanno rilevato che  “il nuovo Piano Quinquennale si presenta ancora più rigoroso ed ambizioso rispetto al precedente. Lungo il periodo 2011-2015, il Governo prevede un investimento di circa 330 miliardi di dollari nel settore della protezione ambientale. Una larga percentuale di tale investimento sarà destinata al controllo dell’inquinamento, con una crescita annuale dell’industria relativa alla protezione dell’ambiente tra il 15% e il 20%. Ovviamente, la riduzione della percentuale d’inquinamento è legata alla diminuzione dell’utilizzo di carbone, la quale è fissata tra il 40% e il 45% entro il 2020. Per contro, le misure designate per aumentare la produzione di energia da combustibili non-fossili, prevedono un aumento dell’uso di questi ultimi del 15% sempre entro il 2020. In questo caso, il Nuovo Piano sull’Energia, l’Industria e lo Sviluppo, incita il Governo a investire dai 220 ai 330 miliardi di dollari nel settore delle energie rinnovabili nell’arco di dieci anni. In aggiunta a questi obiettivi di carattere generale, la Cina s’impegna nella promozione dell’efficienza energetica e nella riduzione dell’utilizzo di carbone nelle produzioni dell’industria pesante e nei settori dei trasporti e delle costruzioni” <span style="color:#ff0000;"><strong><em>8</em></strong></span>.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Il ruggito del dragone</strong><br />
Il dodicesimo piano quinquennale è diventato ormai una realtà concreta, che produrrà a breve degli effetti giganteschi e benefici sia sulla Cina che nel resto del pianeta. Non è pertanto casuale che persino uno dei simboli del capitalismo finanziario statunitense, JP Morgan, abbia previsto un tasso annuale medio di crescita cinese pari all’8% anche nei prossimi cinque anni, mentre a sua volta il Fondo monetario internazionale ha ammesso che la Cina si trasformerà da un’economia basata sull’esportazione a una basata sulla domanda interna, tesi condivisa anche da Goldman Sachs <span style="color:#ff0000;"><strong><em>9</em></strong></span>.<br />
“Fatto testardo” (Lenin) assai rilevante: si tratta di un’economia che dal 2009/2010 ha superato quella statunitense in termini di prodotto nazionale lordo calcolato a parità di potere d’acquisto, almeno secondo i criteri adottati dalla CIA e dal FMI fino al 2006 <strong><em><span style="color:#ff0000;">10</span></em></strong>.</p>
<p style="text-align:justify;"><em><strong>di Masssimo Leoni e Roberto Sidoli, coautori del libro &#8220;Il ruggito del dragone&#8221;, Milano 2011.</strong></em></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="text-decoration:underline;"><em>Fonte:</em></span> http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&amp;f=2&amp;IDArticolo=21309</p>
<p style="text-align:justify;">*****************************<br />
<span style="color:#ff0000;"><strong>Frasette</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;">Dal novembre 2008, la Cina lancia un gigantesco piano di investimenti pubblici (586 mld. di dollari, 1/6 del pil), al fine di contrastare la caduta vertiginosa delle esportazioni dirette verso i disastrati mercati di consumo occidentali, da cui dipendeva per l’11% del suo Pil.</p>
<p style="text-align:justify;">La Cina opta per un decisivo salto di qualità basato su: 1) maggiori consumi popolari, minori risorse destinate all’accumulazione; 2) alta tecnologia, meno settori a bassa composizione organica del capitale; 3) più energia verde rinnovabile.</p>
<p style="text-align:justify;">Abbandonata la strategia della crescita indiscriminata, Pechino punta ora alla qualità in nove settori chiave: energie alternative, nuovi materiali, tecnologie informatiche, biologia e medicina, protezione ambientale, aerospaziale, navale, industrie avanzate e servizi Hi-tech.</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="text-decoration:underline;"><strong>NOTE</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;">1 G. Gattei, Il posto della Cina “rossa” nell’ordine economico internazionale, 30/09/2009, in www.sinistrainrete.info.<br />
2 C. Poggi, “Pechino investe il 16% del pil nel piano anticrisi”, Il Sole 24 Ore, 10 novembre 2010.<br />
3 Quotidiano del Popolo, 17 dicembre 2009, “Chinese workers runner—up for Time’s person of the year”, in http://english.peopledaily.com.cn/.<br />
4 V. Giacché, “Altro che Bin Laden, ora Obama pensa ai debiti”, www.lernesto.it, maggio 2011.<br />
5 A. Paglia, “E la Cina scopre il comunismo dei consumi”, www.eurosapiens.it, 15/3/2011.<br />
6 “12° Piano quinquennale: il PIL della Cina deve aumentare assieme ai redditi”, in http://italian.cri.cn, 8/4/2011.<br />
7 China’s 12th Five-Year Plan, http://cbi.typepad.com/files/apco_12thfyp_dec2010.pdf, December 2010.<br />
8 “Il volto green del nuovo piano quinquennale cinese”, in www.greennews.info, 7/4/2011.<br />
9 S. Cossu, “Cina, crescita e sviluppo interno. Spunta il successore di Hu Jintao”, Liberazione, 19/10/2010.<br />
10 S. Cossu, “Cina, crescita e sviluppo interno. Spunta il successore di Hu Jintao”, Liberazione, 19/10/2010.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giulemanidallacina.wordpress.com/148/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giulemanidallacina.wordpress.com/148/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/giulemanidallacina.wordpress.com/148/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/giulemanidallacina.wordpress.com/148/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/giulemanidallacina.wordpress.com/148/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/giulemanidallacina.wordpress.com/148/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/giulemanidallacina.wordpress.com/148/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/giulemanidallacina.wordpress.com/148/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/giulemanidallacina.wordpress.com/148/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/giulemanidallacina.wordpress.com/148/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/giulemanidallacina.wordpress.com/148/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/giulemanidallacina.wordpress.com/148/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/giulemanidallacina.wordpress.com/148/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/giulemanidallacina.wordpress.com/148/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=148&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il governo cinese riduce le imposte agli operai e le aumenta ai ricchi</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jul 2011 17:46:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e Socialità]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2011/07/soldicines.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-142" title="soldicines" src="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2011/07/soldicines.jpg?w=460" alt=""   /></a>Il 1° luglio 2011 il Congresso Nazionale del Popolo cinese ha adottato una riforma del sistema di tassazione esistente nell&#8217;importante paese asiatico, basata su tre assi centrali e che entrerà in vigore dal settembre dello stesso anno. In primo luogo vengono esonerati totalmente dalle imposte dirette i redditi mensili di lavoratori e pensionati con entrate mensili inferiori ai 3500 Yuan (circa 530 dollari), contro il tetto di 2000 yuan esistente in precedenza: un risparmio del 5% a favore della fascia della popolazione cinese con il potere d’acquisto più basso, un incremento del 5% del reddito reale degli operai con guadagni mensili compresi tra i 2000 ed i 3500 yuan.<br />
<span id="more-141"></span>Secondo elemento, il processo di riduzione del carico fiscale per gli operai, impiegati e contadini con un reddito mensile compreso tra gli 8000 ed i 12000 yuan, equivalente in media a circa 480 yuan: con un derivato aumento del loro potere d’acquisto reale pari a circa il 4% a partire dal 1 settembre.<br />
In terza battuta, i redditi più elevati e superiori ai 39000 yuan mensili vedranno invece aumentare in modo sensibile l’ammontare del loro carico fiscale: ad esempio i redditi mensili equivalenti a 100000 yuan dovranno pagare un surplus mensile di 1095 yuan rispetto alle aliquote fiscali previste in precedenza, prima dell’entrata in vigore della riforma fiscale.<br />
Una modesta proposta, sicuramente più riformista che non rivoluzionaria, ma che in momenti di crisi da un segnale completamente opposto a quello che oggi danno tutte le “buone democrazie” occidentali: mandiamo via i vari “Robin Hood alla rovescia” che abbiamo in Svizzera o in Europa (dove si riducono le aliquote solo ai cittadini facoltosi e a persone giuridiche che fanno utili), e per almeno un anno diamo pieni poteri ai comunisti cinesi al fine di cambiare l’iniquo sistema di tassazione (evasione, elusione, ecc.) vigente in tanti paesi europei…<br />
Certo, bisognerebbe anche aver via via costruito un’economia come quella (prevalentemente socialista) cinese, la quale nella prima metà del 2011 a visto aumentare il suo PIL del 9,6% e le sue già enormi riserve statali di moneta/titoli esteri a ben 3200 miliardi di dollari a fine giugno del 2011.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giulemanidallacina.wordpress.com/141/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giulemanidallacina.wordpress.com/141/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/giulemanidallacina.wordpress.com/141/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/giulemanidallacina.wordpress.com/141/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/giulemanidallacina.wordpress.com/141/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/giulemanidallacina.wordpress.com/141/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/giulemanidallacina.wordpress.com/141/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/giulemanidallacina.wordpress.com/141/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/giulemanidallacina.wordpress.com/141/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/giulemanidallacina.wordpress.com/141/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/giulemanidallacina.wordpress.com/141/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/giulemanidallacina.wordpress.com/141/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/giulemanidallacina.wordpress.com/141/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/giulemanidallacina.wordpress.com/141/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=141&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>Il Partito Comunista Cinese: una delle forze politiche più abili della storia!</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jul 2011 23:48:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dal PCC]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo il professore Swaran Singh, docente di studi internazionali all’università J. Nehru di Nuova Delhi, il partito comunista cinese (PCC) “rappresenta uno dei pochi partiti comunisti nel mondo che sono riusciti a sopravvivere a parecchie sfide interne ed internazionali… Il PCC rappresenta il più grande partito comunista nel mondo. E, con l’ascesa della Cina, il [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=138&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2011/07/90esimo1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-139" title="90esimo" src="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2011/07/90esimo1.jpg?w=300&#038;h=211" alt="" width="300" height="211" /></a>Secondo il professore Swaran Singh, docente di studi internazionali all’università J. Nehru di Nuova Delhi, il partito comunista cinese (PCC) “rappresenta uno dei pochi partiti comunisti nel mondo che sono riusciti a sopravvivere a parecchie sfide interne ed internazionali… Il PCC rappresenta il più grande partito comunista nel mondo. E, con l’ascesa della Cina, il partito comunista cinese è stato ormai riconosciuto come una delle più capaci forze politiche nella storia umana” (“CPC at 90°: innovation still key to success”, 16/6/2011, in <em>english.peopledaily.com.cn</em>). Questa abile e capace forza politica, oltre che il più grande patito comunista del mondo, compie il 1 luglio del 1921 il suo 90° anno di vita politica.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-138"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Infatti il 1 luglio del 1921 si aprì a Shanghai il congresso fondativo del partito comunista cinese in presenza di dodici delegati (tra cui Mao Zedong), in rappresentanza di soli 57 iscritti riuniti in alcuni circoli marxisti sparsi nel gigantesco paese asiatico. Dopo novant’anni il bilancio complessivo del PCC risulta largamente positivo, seppur segnato a volte da gravi errori di direzione (il “Grande Balzo in avanti”, la disastrosa “Rivoluzione Culturale”, ecc) e da limiti/contraddizioni attuali non ancora superate completamente. Sotto il lato positivo, risulta chiara innanzitutto la linea di continuità espressa dal partito comunista cinese sia in campo organizzativo che dell’identità politica, a partire dall’orgogliosa difesa e rivendicazione<a href="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2011/07/90esimo.jpg"><br />
</a> della sua denominazione comunista, durante tutti questi lunghi nove decenni: dei numerosi partiti comunisti sorti e sviluppatisi dopo l’Ottobre Rosso e nel 1917/21, ben pochi (a partire purtroppo da quello russo-sovietico, fondato da Lenin) sono stati capaci di tessere un “filo rosso” di ininterrotta tenuta ed autoriproduzione politico-organizzativa nel corso di quest’ultimo secolo, senza soluzione di continuità e/o abiure, come sono riusciti ad effettuare invece i comunisti cinesi. Che si tratti di un fenomeno importante dovrebbe essere subito evidente per tutti i comunisti italiani, a partire almeno da quella Bolognina di Occhetto che portò alla liquidazione del PCI… In seconda battuta il PCC è riuscito ad esprimere una pluridecennale ed ininterrotta linea di continuità anche rispetto all’orgogliosa adesione di principi al marxismo rivoluzionario e al leninismo. Mentre buona parte dei partiti comunisti europei ha abbandonato ogni riferimento al marxismo-leninismo, spesso considerato nel migliore dei casi come una “roba del passato”, la direzione del PCC invece sottolinea continuamente e pubblicamente l’importanza dello studio (creativo, non meccanico) del marxismo per la progettualità/praxis dei comunisti del gigantesco paese asiatico. Ad esempio un leader autorevole del (PCC) come Xi Jinping ha ribadito il 13 maggio del 2011 la necessità per “i dirigenti ed i quadri del partito di dare grande importanza allo studio delle teorie marxiste e di applicarle creativamente nell’analizzare e risolvere i problemi pratici del paese”; sempre secondo Xi Jinping, “i quadri politici non possono agire senza la guida della filosofia marxista e degli strumenti del materialismo dialettico e del materialismo storico nell’effettuare giudizi adeguati sulle diverse situazioni, nel mantenere la mente fredda nelle situazioni più complesse…”. Materialismo dialettico, materialismo storico, filosofia marxista: ma come sono (per fortuna…) “vetero” ed antiquati, questi comunisti cinesi… Terzo elemento positivo: il PCC è riuscito a portare al successo una gigantesca ed epocale rivoluzione nella più popolosa nazione del pianeta, attraverso un’eroica lotta rivoluzionaria durata ininterrottamente dal 1926 al 1949, sia contro l’imperialismo (occidentale e giapponese) che contro la borghesia monopolistica e i grandi proprietari fondiari autuctoni. Si tratta di una tradizione rivoluzionaria fortemente sentita, difesa ed alimentata dal PCC attuale. Prova ne è anche il gigantesco fenomeno del “turismo rosso”, delle visite di massa di lavoratori, giovani e donne cinesi nei luoghi storici della grande rivoluzione cinese: ad esempio Yenan è stata visitata nel solo 2010 da ben… 14 milioni di cinesi, mentre la cittadina di Xibaipo, dove la direzione del PCC si riunì per dieci mesi a partire dal maggio del 1948, poco prima della vittoria dei contadini poveri/operai del gigantesco paese asiatico, vedrà l’arrivo nel 2011 di “soli” quattro milioni di “turisti rossi”, contro i 640.000 del 2006. Quarto aspetto positivo, la capacità del PCC di mantenere l’egemonia politica sul gigantesco paese asiatico per 62 anni ed a partire dal 1949, soprattutto attraverso tutta una serie di eccezionali risultati positivi ottenuti in campo socioeconomico e politico-sociale. Due soli dati, tra i tanti utilizzabili. A partire dal 1977 il potere d’acquisto reale degli operai cinesi è aumentato di almeno sei volte anche stando alle analisi di studiosi anticomunisti (F. Zakaria), mentre Gillian Mellsop, rappresentante dell’UNICEF in Cina, ha dichiarato nel maggio del 2011 che “il tasso di mortalità dei bambini in Cina è calato del 67% negli ultimi due decenni ed è stata realizzata una completa educazione di base in tutto il paese”, campagne incluse (“Alleviation strategy gives priority to reducing cycle of child poverty”, in english.peopledaily.com, 27/5/2011). Anche se rimangono ancora da risolvere notevoli problemi socioeconomici, a partire dai 9 milioni di minorenni che nel 2010 vivevano ancora in povertà nelle zone rurali cinesi, i passi in avanti rispetto alla situazione esistente nel 1948 (o anche nel 1976…) sono stati ciclopici e di portata epocale. Ulteriore elemento favorevole, il PCC è passato dai 57 iscritti (cinquantasette) del luglio 1921 fino agli 80 milioni di aderenti esistenti all’inizio del 2011. Una crescita di più di un milione di volte sviluppatasi nel giro di nove decenni, che risulta ancora più sbalorditiva considerati i rigidissimi criteri di ammissioni al PCC: nel 2009, infatti, sui circa 20 milioni di persone che si erano impegnate ad aderire al partito ne vennero accettate solo un decimo del totale, alias “soli” due milioni di nuovi militanti (la Lega della Gioventù Comunista cinese conta circa altri ottanta milioni di iscritti). Ultimo aspetto positivo di grande rilievo, la notevole capacità di autocritica sviluppata dal PCC nel corso degli ultimi decenni a tutti i livelli dell’organizzazione. Giustamente D. Losurdo, nel suo ottimo resoconto di una visita effettuata in Cina nel luglio del 2010, aveva sottolineato che: “la prima cosa che colpisce nel corso del colloquio con gli esponenti del Partito comunista cinese e con i dirigenti delle fabbriche, delle scuole e dei quartieri visitati è l’accento autocritico, anzi la passione autocritica di cui danno prova i nostri interlocutori. Su questo punto, netta è la rottura con la tradizione del socialismo reale. I comunisti cinesi non si stancano di sottolineare che lungo è il cammino da percorrere e numerosi e giganteschi sono i problemi da risolvere e le sfide da affrontare, e che comunque il loro paese è ancora parte integrante del Terzo Mondo. Per la verità, nel corso del nostro viaggio il Terzo Mondo non l’abbiamo mai incontrato…” (Domenico Losurdo, “Un istruttivo viaggio di un filosofo”, 24/7/2010). Tutto bene quindi all’interno del PCC? No, ed anzi sono propri i nuovi dirigenti del partito ed i mass-media del gigantesco paese asiatico a denunciare la corruzione che alligna in una parte non irrilevante dei quadri comunisti, i fenomeni abbastanza diffusi di burocratismo e di distacco dalle esigenze popolari emersi in una sezione di funzionari di medio-alto livello, il cattivo uso delle risorse pubbliche che a volte contraddistingue la vita politico-sociale cinese, ecc. Sono reali, concreti, seri elementi negativi che vengono tuttavia ammessi, denunciati ed auto criticati con forza e notevole rigore dal PCC, e soprattutto devono essere inquadrati ed inseriti in un contesto globale (“il vero è l’intero”, sottolineava già Hegel) che vede da più di tre decenni una continua e rapidissima ascesa economico-sociale della Cina Popolare: persino l’arciborghese istituto americano Conference Board ha previsto nel novembre del 2010 che il PNL cinese supererà quello statunitense entro la fine del 2012, utilizzando il criterio della parità del potere d’acquisto. Niente male, per un partito che nel luglio del 1921 contava solo 57 militanti; niente male, per un partito attualmente con più di ottanta milioni di iscritti che a fine giugno del 2011 ritiene giustamente che “il marxismo è la più avanzata e scientifica concezione del mondo nella storia umana, e che esso è l’ideologia guida del Partito Comunista Cinese” (“Comunist Party of China as earned right to lead”, 23 giugno 2011, in english.peopledaily.com.cn).</p>
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		<title>La Cina sospende la pena di morte!</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Jun 2011 13:03:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Corte suprema della Repubblica Popolare Cinese ha dichiarato una moratoria di due anni sulla pena di morte e a livello legislativo si inizierà a valutare l&#8217;opportunità di abolirla! E&#8217; una notizia importantissima che meriterebbe che tutti i mass media ne parlassero con caratteri cubitali, eppure in occidente quasi non se ne parla. Che strano, verrebbe [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=133&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2011/06/cinamoratoria.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-146" title="cinamoratoria" src="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2011/06/cinamoratoria.jpg?w=460" alt=""   /></a>La Corte suprema della Repubblica Popolare Cinese ha dichiarato una moratoria di due anni sulla pena di morte e a livello legislativo si inizierà a valutare l&#8217;opportunità di abolirla! E&#8217; una notizia importantissima che meriterebbe che tutti i mass media ne parlassero con caratteri cubitali, eppure in occidente quasi non se ne parla. Che strano, verrebbe da dire: diversi giornali e broadcast internazionali hanno per anni pubblicato notizie condannano la Cina per l&#8217;uso della pena capitale e ora che hanno vinto non dicono niente?</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-133"></span></p>
<p style="text-align:justify;">La risposta è semplice: non erano davvero contro la pena di morte, così come se ne sbattono altamente dei diritti umani. Hanno semplicemente una linea editoriale politicamente faziosa (ma venduta per &#8220;indipendente&#8221;) assolutamente funzionale alla costruzione di una retorica tutta occidentale contro il grande paese asiatico e il suo sistema socialista.</p>
<p style="text-align:justify;">I giornali che tacciono su questo grande passo avanti della Cina nell&#8217;ambito dei diritti civili e dello stato di diritto sono fautori di una politica di tensione fra i paesi imperialisti e la Cina rossa, un contributo che non va certo a favore della pace e l&#8217;amicizia fra i popoli!</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giulemanidallacina.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giulemanidallacina.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/giulemanidallacina.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/giulemanidallacina.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/giulemanidallacina.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/giulemanidallacina.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/giulemanidallacina.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/giulemanidallacina.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/giulemanidallacina.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/giulemanidallacina.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/giulemanidallacina.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/giulemanidallacina.wordpress.com/133/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/giulemanidallacina.wordpress.com/133/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/giulemanidallacina.wordpress.com/133/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=133&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La Cina al primo posto nell’energia pulita!</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 22:32:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e Socialità]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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		<description><![CDATA[Il WWF, celebre organizzazione ambientalista fondata nel settembre del 1961, è tutto meno che un’associazione di matrice marxista, anche solo in parte: ma proprio per questa ragione i dati principali forniti da un suo studio, pubblicati all’inizio di Maggio, risultano particolarmente interessanti ed incontestabili. In primo luogo la Cina, nel corso del 2010 ha rappresentato [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=127&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2011/05/cinaverde.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-128" title="cinaverde" src="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2011/05/cinaverde.jpg?w=460" alt=""   /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Il WWF, celebre organizzazione ambientalista fondata nel settembre del 1961, è tutto meno che un’associazione di matrice marxista, anche solo in parte: ma proprio per questa ragione i dati principali forniti da un suo studio, pubblicati all’inizio di Maggio, risultano particolarmente interessanti ed incontestabili.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">In primo luogo la Cina, nel corso del 2010 ha rappresentato il primo paese al mondo per valore globale nel processo di produzione di energia rinnovabile, pari a 44 miliardi di euro: solo in seconda posizione gli Stati  Uniti con il risultato di 31,5 miliardi di euro, senza in alcun modo tener conto del criterio (assai favorevole a pechino) della parità del potere d’acquisto.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Per quanto riguarda poi la percentuale rappresentata dal valore della produzione di energia rinnovabile rispetto al prodotto nazionale lordo, la ricerca del WWF ha accertato come la Cina sia al secondo posto su scala planetaria con una percentuale dell’1,4 %, superata (per il momento) in base a questo criterio di valutazione solo dalla Danimarca che ha raggiunto invece quota 3,1 %; gli Stati Uniti sotto questo profilo risultano solo al 17° posto mondiale con un relativamente modesto 0,3 %, mentre Germania e Brasile invece si collocano al terzo e quarto posto. Infine lo studio elaborato dagli esperti del WWF ha giustamente sottolineato come la Cina (prevalentemente socialista) abbia visto aumentare di ben il 77% rispetto all’anno precedente la massa globale di output prodotto dal suo settore energetico “verde”, pulito/rinnovabile: una percentuale di aumento esponenziale, una dinamica di sviluppo che ha di gran lunga superato quella raggiunta nello stesso periodo dai concorrenti internazionali di Pechino, a partire dalla potenza statunitense.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="text-decoration:underline;">Fonte:</span></strong> <em>“Green energy production report puts China at no.2”, 09/05/2011, in www.chinapost.com.tw.</em></p>
<p style="text-align:justify;">
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giulemanidallacina.wordpress.com/127/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giulemanidallacina.wordpress.com/127/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/giulemanidallacina.wordpress.com/127/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/giulemanidallacina.wordpress.com/127/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/giulemanidallacina.wordpress.com/127/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/giulemanidallacina.wordpress.com/127/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/giulemanidallacina.wordpress.com/127/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/giulemanidallacina.wordpress.com/127/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/giulemanidallacina.wordpress.com/127/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/giulemanidallacina.wordpress.com/127/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/giulemanidallacina.wordpress.com/127/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/giulemanidallacina.wordpress.com/127/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/giulemanidallacina.wordpress.com/127/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/giulemanidallacina.wordpress.com/127/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=127&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Ap e Vaticano:&#8221;Lotta per le investiture&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Oct 2010 14:22:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto De Tullio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[ap]]></category>
		<category><![CDATA[associazione patriottica cattolica cinese]]></category>
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		<category><![CDATA[religione]]></category>
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		<category><![CDATA[vaticano]]></category>
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		<description><![CDATA[Si parla poco della grande associazione patriottica cinese (AP)le poche informazioni che giungono a noi sono perlopiù modificate o strumentalizzate con lo scopo di screditare una chiesa popolare che ha scelto liberamente di seguire il proprio credo senza sottostare all’influenza, troppo spesso opprimente, della Curia romana. L’AP, in piena coerenza con il principio adottato dalla [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=120&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_121" class="wp-caption alignleft" style="width: 200px"><a href="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2010/10/liu.jpg"><img class="size-full wp-image-121" title="liu" src="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2010/10/liu.jpg?w=460" alt=""   /></a><p class="wp-caption-text">Liu Bainian, vice presidente dell&#039;Ap ed il Vaticano in lotta</p></div>
<p>Si parla poco della grande associazione patriottica cinese (AP)le poche informazioni che giungono a noi sono perlopiù modificate o strumentalizzate con lo scopo di screditare una chiesa popolare che ha scelto liberamente di seguire il proprio credo senza sottostare all’influenza, troppo spesso opprimente, della Curia romana.</p>
<p>L’AP, in piena coerenza con il principio adottato dalla Repubblica Popolare Cinese di essere un paese libero ed indipendente, ha scelto di seguire il proprio percorso fideistico cristiano disconoscendo nel proprio paese la presunta autorità universale del Papa e delle gerarchie romane, che con la fede non c’entrano proprio nulla.<span id="more-120"></span></p>
<p>La Chiesa cattolica, da sempre, ha guardato con bramoso interesse verso la Cina, cercando in ogni modo, fin dai tempi del gesuita Matteo Ricci, di installare lucrose diocesi e funzionari episcopali al fine di portare la “vera fede” nel continente asiatico. Niente da dire verso quei missionari, che, realmente convinti dell’opera salvifica del proprio proselitismo religioso, hanno stretto legami con le popolazioni locali. Purtroppo, la loro utopia si dovette scontrare con i ben più materiali propositi del pontefice romano e del suo entourage, più propensi al controllo delle coscienze che alla “salvezza delle anime”.</p>
<p>Quando il Partito Comunista prese saldamente il potere, si accorse di come l’ingerenza da parte di uno “Stato” (perché proprio di Stato si parla) a conduzione teocratica potesse rendere vano lo sforzo di liberare i cinesi dalla superstizione e soprattutto da quell’influenza occidentale per cui il PCC ha lottato così strenuamente, emergendo vincitore.</p>
<p>Nasce quindi nel 1957, appunto, l’Associazione patriottica cattolica cinese, formata da liberi credenti cattolici, veri e propri fedeli volenterosi decisi a seguire il proprio credo nel proprio paese e senza doversi scontrare con l’incoerenza della Chiesa romana, che troppo spesso si è contraddetta con encicliche, bolle, concili nel corso della storia.</p>
<p>Inizia quindi la solita storia. Noi occidentali purtroppo l’abbiamo subita, ma ecco che le famose “lotte per le investiture” tra l’Imperatore germanico ed il pontefice romano si spostano in Cina, tra l’AP ed il Vaticano.</p>
<p>La Curia insiste ancora oggi nel pretendere, in base ad un non ben definito ruolo di supremazia religiosa, la nomina di propri vescovi da imporre alla popolazione cattolica cinese. I cattolici dell’AP però non li vogliono i vescovi di nomina romana, questo perché i vescovi locali vanno bene al popolo così come sono.</p>
<p>Si tratta comunque di vescovi preparati, adatti a svolgere le proprie funzioni in maniera coerente con la dottrina cristiana. L’unica “pecca”, è quella di non accettare l’ingerenza di un papa e di una gerarchia estranei alla cultura ed al popolo cinese, che da miglia e miglia di distanza pretendono di dettare legge.</p>
<p>ll Primo Ministro cinese Wen Jiabao appare risoluto riguardo i rapporti diplomatici tra il Vaticano ed il proprio paese : <strong><em>&#8220;il Vaticano deve riconoscere che c&#8217;è una sola Cina al mondo, e che non può interferire negli affari interni cinesi&#8221;.</em></strong></p>
<p>Tale affermazione comprende naturalmente la questione dell’esistenza dell’Associazione patriottica, garante dell’indipendenza religiosa cinese.</p>
<p>Se il Vaticano vuole costruire rapporti con la Cina, deve rendersi conto che sono due i temi a cui deve piegarsi. La rottura dei legami con Taiwan e l’indipendenza religiosa in Cina.</p>
<p>La contesa si fa quindi più interessante e nel corso degli anni vedremo se la Cina sarà quella potenza mai esistita al mondo che metterà fine alla millenaria egemonia religiosa della Chiesa cattolica.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giulemanidallacina.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giulemanidallacina.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/giulemanidallacina.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/giulemanidallacina.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/giulemanidallacina.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/giulemanidallacina.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/giulemanidallacina.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/giulemanidallacina.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/giulemanidallacina.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/giulemanidallacina.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/giulemanidallacina.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/giulemanidallacina.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/giulemanidallacina.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/giulemanidallacina.wordpress.com/120/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=120&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La missione di Pechino in Africa</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 21:35:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto De Tullio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e Socialità]]></category>
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		<description><![CDATA[articolo di Andrea Fais, giornalista, tratto da &#8220;Strategos&#8220;, rivista di dialettica geopolitica. UN IMPEGNO CONCRETO È ormai nota una forte cooperazione sempre più crescente tra la Cina e parecchi Stati dell’Africa. Da almeno sei anni a questa parte, questo rapporto si è intensificato, a dimostrazione di un rapido sviluppo del ruolo di Pechino sul panorama [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=109&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">articolo di <strong><em>Andrea Fais</em></strong>, giornalista, tratto da &#8220;<a href="http://rivistastrategos.wordpress.com/2010/10/29/approfondimento-il-continente-nero-conteso/">Strategos</a>&#8220;, rivista di dialettica geopolitica.</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2010/10/33634_154611834581280_100000973927168_241359_6276766_n.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-110" title="33634_154611834581280_100000973927168_241359_6276766_n" src="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2010/10/33634_154611834581280_100000973927168_241359_6276766_n.jpg?w=460" alt=""   /></a><strong>UN IMPEGNO CONCRETO</strong></p>
<p style="text-align:justify;">È ormai nota una forte cooperazione sempre più crescente tra la <strong>Cina</strong> e parecchi Stati dell’Africa. Da almeno sei anni a questa parte, questo rapporto si è intensificato, a dimostrazione di un rapido sviluppo del ruolo di Pechino sul panorama internazionale. Eppure, nonostante alcuni rapporti ufficiali del Governo orientale e alcune indiscrezioni, come al solito, sappiamo molto poco di quanto sta accadendo nel Continente Nero. Questo silenzio strisciante e questa scarsità di comunicazione, è il terreno più naturale e fertile per l’emersione di vere e proprie mitologie e leggende, capaci di distorcere il quadro della realtà. In Occidente, sentiamo spesso parlare di una nuova “colonizzazione”, riferendosi ai progetti di investimento della Cina in Africa come ad un fenomeno superficialmente riconducibile ai parametri storici del colonialismo europeo del XIX secolo. In realtà, l’impegno cinese in queste zone del pianeta, va ben al di là di tutto questo e ancora una volta segue dei binari assolutamente singolari ed eterodossi rispetto alle logiche occidentali, tanto da stupirci, ponendoci di fronte ad una vicenda assolutamente inedita.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-109"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Sgombrando il campo da equivoci e da esagerazioni, ad oggi l’impegno cinese in Africa coinvolge soprattutto Sudan, Sud Africa, Nigeria, Ciad, Niger, Mali, Tanzania e Kenya. Il viaggio compiuto dal Presidente <strong>Hu Jintao</strong> e dal Ministro degli Esteri <strong>Yang Jiechi</strong> nel febbraio del 2009, ha segnato una svolta decisiva nell’evoluzione della cooperazione tra Cina ed Africa, in un passaggio cruciale di questo momento storico. La crisi internazionale provocata dalla bolla speculativa, ha costretto, negli ultimi diciotto mesi, gli Stati Uniti ad un immediato <em>tour de force</em> in Asia, per assicurarsi nuovamente l’appoggio di quelli che sono stati i suoi riferimenti principali negli ultimi anni: Azerbaigian, Arabia Saudita, Turchia, Giappone, Taiwan e Corea del Sud. Il bilancio non è stato positivo, e alcuni di questi tentativi hanno incassato un “nì”, quando non addirittura un “no” a denti stretti.</p>
<p style="text-align:justify;">Questo viaggio “africano” di Hu Jintao, invece, è inizialmente transitato in Arabia Saudita, ed è proseguito in Mali, Tanzania, Senegal e Mauritius, andando ad ampliare l’obiettivo di Pechino anche alla costa occidentale dell’Africa. Se, infatti, sino a due anni fa, l’impegno della Cina coinvolgeva soprattutto Paesi affacciati sulla costa orientale del Continente (Sudan, Kenya e Mozambico), negli ultimi tempi si è allargato anche alla Nigeria, al Ciad e al Mali, segnando un’importante evoluzione che sta letteralmente ingigantendo la presenza cinese. Nel dettaglio, il gigante asiatico investe nei più variegati settori di cooperazione: dal petrolio al gas naturale, dalle infrastrutture all’agricoltura, è la stessa essenza del sistema economico cinese a trovare realizzazione, con le debite differenze storiche e politiche, in Africa. Non si tratta, dunque, di una semplice cooperazione tattica, come alcuni analisti occidentali sostengono, ma di un vero e proprio <strong>sodalizio bilaterale</strong>, con forti basi politiche e culturali, che potrebbero benissimo essere ricondotte a quel mai sopito “terzomondismo” cinese, che rivive ancora oggi, malgrado l’apertura al mercato, nello sviluppo del socialismo di Mao Zedong e Deng Xiaoping.</p>
<p style="text-align:justify;">Ritenere che l’estensione della sfera di influenza di Pechino in Africa sia un prodotto recente, o addirittura essenzialmente legato alla “sete” di materie prime di una Cina in rapida espansione interna, sarebbe in ogni caso molto fuorviante, non soltanto perché la recente e rafforzata cooperazione tra i due attori geopolitici è il risultato di almeno dieci anni di lavoro e di incessanti rapporti internazionali, ma anche perché le massicce dosi di denaro che la Cina sta impegnando in Africa, stanno innescando un rapporto circolare che coinvolge beni concreti (infrastrutture, materie prime, agricoltura, sicurezza e stabilizzazione politica), nell’ambito di una politica di cooperazione che va lentamente cancellando quelle logiche finanziarie del Fondo Monetario Internazionale che, fino ad oggi, avevano ridotto molti Paesi Africani sul lastrico.</p>
<h3 style="text-align:justify;"><strong>IL DRAGONE GUIDA IL FRONTE DEI POPOLI IN CRESCITA</strong></h3>
<p style="text-align:justify;"><strong>Jiang Zemin</strong> è ancora Presidente quando, nella tre-giorni compresa tra il 10 e il 12 Ottobre del 2000, a Pechino, va in scena la Prima Conferenza Ministeriale del <strong>Forum per la Cooperazione Cina-Africa</strong> (<em>Forum On China-Africa Cooperation</em>, FOCAC), con l’intento di promuovere lo sviluppo e la crescita nei Paesi dell’Africa, in un comune cammino di innalzamento delle condizioni di vita verso il benessere collettivo. Sono due i principi guida a muovere questo organismo inter-governativo: <strong>cooperazione pragmatica</strong> e <strong>bilateralità</strong>. Gli interessi coinvolti ricoprono un’area geografica impressionante e, ad oggi, gli Stati membri del Forum sono Cina, Algeria, Angola, Benin, Botswana, Burundi, Camerun, Capo Verde, Centro-Africa, Ciad, Comore, Congo belga, Congo (RDC), Costa d’Avorio, Gibuti, Egitto, Guinea Equatoriale, Eritrea, Etiopia, Gabon, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Kenya, Lesotho, Liberia, Libia, Madagascar, Malawi, Mali, Mauritania, Mauritius, Marocco, Mozambico, Namibia, Niger, Nigeria, Rwanda, Sierra Leone, Seychelles, Senegal, Somalia, Sud Africa, Sudan, Tanzania, Togo, Tunisia, Uganda, Zambia e  Zimbabwe.Gli obiettivi erano chiari e lineari già dalle prime attività diplomatiche: lo sviluppo tecnologico e scientifico, l’introduzione di un’agricoltura moderna sostenibile, lo sradicamento della povertà e l’intensificazione nel volume di interscambio commerciale. L’ambizione non manca, certo, dalle parti di Pechino, tanto più alla luce dei dieci anni più importanti per la Cina sul piano della politica internazionale. Con la <strong>Quarta Generazione</strong> della classe dirigente del Partito Comunista, infatti, il colosso asiatico, ha visto l’avvio della necessaria fase di intensificazione dei rapporti multilaterali, e di una sua personale sfera d’influenza sul piano geopolitico, volta al duplice obiettivo di <strong>rispondere alla sempre più crescente domanda interna</strong> e di <strong>contenere gli effetti dovuti alle conseguenze planetarie del suo sviluppo</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">La Cina, infatti, non fa soltanto registrare un dato del PIL al 9,5% nel 2009, che la conferma Paese-guida nella pur precaria e frastagliata ripresa economica mondiale, ma segna un dato esplicitamente emblematico nell’alveo dell’importazione delle materie prime: già soltanto nel 2009, i dati relativi al <strong>petrolio</strong> hanno registrato un consumo nazionale pari a 8.2 milioni di barili al giorno, ed un dato di produzione di soli circa 3.9 milioni di barili al giorno, mentre i dati relativi al <strong>gas naturale</strong>, pur mantenendosi su scarti più ridotti, pongono comunque in evidenza una rilevante divergenza tra la produzione (82.94 miliardi di metri cubi annui) e il consumo (87.08 miliardi di metri cubi annui). L’impresa di mantenere questi standard di vita per una popolazione equivalente ad un sesto dell’intera popolazione mondiale ed innalzarli, per quella ridotta quota di popolazione ancora sotto la soglia di povertà, non potrà certo esimersi dal provocare evidenti ripercussioni in campo internazionale, sia dal punto di vista sociale, sia dal punto di vista economico.</p>
<p style="text-align:justify;">Per questo, la parola d’ordine a Pechino è ormai da molto tempo “sviluppo sostenibile”, dopo le parziali ubriacature degli Anni Novanta, allorquando vi fu una notevole espansione delle aree economiche lasciate alle regole del mercato. <strong>Hu Jintao</strong> ha saputo ripristinare un maggior controllo dello Stato (mai venuto meno nel suo ruolo essenziale in tutta la storia della Repubblica Popolare), facendo tesoro delle lezioni del passato e raccogliendo quanto di buono fu seminato dagli Anni Ottanta sino ad oggi. Sostenibilità in Cina significa dunque anche contenimento degli effetti scatenati da una crescita così importante del Paese: in chiave internazionale, i più immediati potrebbero essere proprio quelli che l’Occidente liberista ha dimostrato di non aver saputo tenere sotto controllo, privilegiando un sistema economico fondato sulla chiara illusione che il mercato potesse regolarsi da sé, senza consentire un rilevante e decisivo intervento e indirizzo politico da parte degli Stati.</p>
<p style="text-align:justify;">La pesante e massiccia immigrazione extra-europea ed extra-nordamericana è un evidente effetto di una reazione a catena, innescata dalle stesse politiche di gestione della fase di internazionalizzazione dei mercati occidentali, successiva alla caduta del Muro di Berlino e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Lo IOM (<em>International Organization for Migration</em>), stimava già nel 2008 che vi fossero circa 3,4 milioni di immigrati africani, irregolarmente giunti nei Paesi dell’Europa. Il modello di sviluppo occidentale, rapidamente in ascesa dopo i primi Anni Novanta, malgrado alcuni apparenti successi nella prima fase, ha, in ultima istanza, lasciato irrisolte numerose questioni, prima fra tutte la povertà e il sottosviluppo di vaste aree nel mondo, tutt’altro che pacificate e stabilizzate dalla fine della contrapposizione della Guerra Fredda.</p>
<p style="text-align:justify;">È chiaro ed evidente che in un futuro prossimo venturo, saranno Cina e India a polarizzare l’attenzione economica e tecnologica mondiale, per lo meno per quanto riguarda l’Asia centro-meridionale, costringendo buona parte delle nazioni d’Occidente a ridimensionare notevolmente quello strapotere in campo internazionale che le illuse negli Anni Novanta. Nel complesso, in un periodo futuro di tempo compreso dai quindici ai trenta anni, potremmo vedere stravolti i rapporti geopolitici che abbiamo sin qui conosciuto, già solamente ipotizzando che due miliardi e duecento milioni di persone (popolazioni Cinese ed Indiana messe assieme) potrebbero modificare radicalmente il loro modus vivendi, passando complessivamente da sistemi semi-feudali a sistemi industrializzati conformati agli standard di vita attualmente presenti in Occidente, nell’arco di appena ottanta anni (dal 1949-1955, periodo in cui si concentrano i momenti decisivi della Rivoluzione Comunista in Cina e della progressiva liberazione nazionale dell’India dal colonialismo britannico, al 2029-2030). In questo quadro, il mantenimento di enormi sacche di povertà in Africa e in Sud America, con tutta probabilità provocherebbe un massiccio tentativo di fuga verso i nuovi centri della produzione e dello sviluppo, in virtù della posizione del tutto particolare della Cina, implicata nelle vie di passaggio tra le acque dell’Oceano Pacifico e quelle dell’Oceano Indiano.</p>
<p style="text-align:justify;">La Cina sembra voler proprio avviare un percorso diametralmente opposto a quello intrapreso nel passato dall’Occidente, per fornire una grande e storica occasione a tutta l’Africa, contenendo le pesanti ripercussioni che un’immigrazione selvaggia e senza regole provocherebbe nel quadro politico del gigante asiatico. Contenere in questo caso, non significa reprimere indiscriminatamente ogni flusso di migranti, proprio in virtù del fatto che, in base a questa saggia politica internazionale, ad essere colpite non sarebbero le ripercussioni finali (sbarchi, ingressi e integrazione) ma le stesse motivazioni ancora oggi alla base della tragedia umana, sociale e politica costituita dall’immigrazione (povertà, miseria e conflitti inter-etnici). L’Oceano Indiano è chiuso e molto circoscritto: l’Africa è molto vicina all’Asia e la grande linea di comunicazione strategica marittima che va dal Golfo di Aden allo Stretto di Malacca, oltre ai grandi cargo commerciali, vede anche transitare disperate imbarcazioni di uomini e donne in cerca di un po’ di fortuna.</p>
<p style="text-align:justify;">Dunque è la Cina a giocare d’anticipo e a cominciare a far valere la sua impressionante potenzialità economico-finanziaria, mettendola a disposizione di uno sviluppo sostenibile sul piano nazionale e condiviso sul piano globale. A questa immensa sfida internazionale, sembra aver iniziato a rispondere il <em>Programma d’Azione di Addis Abeba 2004-2006</em>, stilato, sotto l’egida di <strong>Wen Jiabao</strong> e di alcuni Presidenti delle nazioni africane, nel dicembre 2003, a seguito della <strong>Seconda Conferenza Ministeriale del FOCAC</strong>, tenutasi proprio in Etiopia. In base a questi accordi, la Cina si era tra l’altro impegnata a proseguire nell’opera di assistenza ai Paesi Africani membri del Forum, ad aumentare a 100.000 unità il personale cinese impegnato in Africa in vari settori di sviluppo,  ad aprire il proprio mercato e a decurtare alcuni dazi per i Paesi più sviluppati tra quelli membri del Consesso inter-governativo, oltre ad iniziative congiunte in ambito turistico e culturale.</p>
<p style="text-align:justify;">In quell’occasione fu proprio il Primo Ministro della Repubblica Popolare a sottolineare come a soli tre anni dalla nascita del Forum inter-governativo, l’interscambio tra la Cina e i Paesi Africani membri del FOCAC, fosse aumentato del 20%, e come oltre cento nuove imprese cinesi fossero al lavoro in Africa nell’ambito della cooperazione, dello sviluppo energetico e dell’innovazione tecnologica e infrastrutturale. Tuttavia, il dato più impressionante era quello legato alla situazione economica: il Governo Cinese aveva contribuito in maniera determinante ad estinguere il debito di ben 31 Paesi Africani, per un impegno totale di 10.5 miliardi di yuan.</p>
<p style="text-align:justify;">“<em>Noi affermiamo che le diversità del pianeta debbano essere rispettate e mantenute, che tutti i Paesi del mondo, grandi o piccoli, ricchi o poveri, forti o deboli, debbano rispettarsi l’uno con l’altro, trattare ognuno di loro allo stesso modo e vivere in pace a concordia l’uno con l’altro, e che le diverse civiltà e modi di sviluppo dovrebbero basarsi su reciproche esperienze, promuovendo l’una con l’altra e coesistendo in armonia</em>”. È con questa affermazione, contenuta all’interno della Dichiarazione di apertura del consesso, che si è avviata, sotto i migliori auspici, anche la <strong>Terza Conferenza Ministeriale del FOCAC</strong>, nella due-giorni del 4-5 Novembre 2006, proprio a Pechino, che ha visto coinvolti ben 48 Paesi. Il bilancio dei primi sei anni ha evidenziato risultati molto importanti e di buon auspicio per il futuro, tanto che la Cina si è ulteriormente impegnata con altre <strong>facilitazioni di natura economica e commerciale</strong>, volte ad un rapido sviluppo agricolo, assistenziale, educativo, tecnologico e infrastrutturale per l’Africa.</p>
<p style="text-align:justify;">L’impegno prosegue, e nel Novembre del 2009, è proprio la <strong>Quarta Conferenza Ministeriale del FOCAC</strong>, tenutasi presso l’imponente sede di Sharm El Sheyk, a fissare un impegno fondamentale, che vede la Cina protagonista: oltre ad un incremento del Fondo d’Investimento per l’Africa, proposto da Pechino, sino a 3 miliardi di dollari,la presenza del contributo strategico di <strong>Hu Jintao</strong> all’interno dell’ordine del giorno dei lavori, è ben visibile dai contenuti di un testo introduttivo che, rispetto al passato, pone tra i punti prioritari, la <strong>stabilizzazione politica</strong> e la <strong>sicurezza interna</strong> ai Paesi Africani, specie in un indiretto riferimento a tutte quelle aree del Sudan, della Nigeria, del Niger, della Mauritania, del Mozambico e della Somalia, dove spesso persistono drammatici conflitti etnici. L’impegno di Pechino in questo senso è sempre sembrato molto forte, ma è proprio quando la tela cooperativa, in termini energetici e commerciali, è giunta ormai ad una prima fase di completamento, che si richiede una maggior stabilità interna, laddove, sempre con più forza, le destabilizzazioni potrebbero essere ricomprese nell’ambito di confronti geopolitici molto più ampi e di presumibili scenari da nuova Guerra Fredda, direttamente trasportati all’interno dell’incolpevole Continente Nero.</p>
<h3 style="text-align:justify;"><strong>UNA “GUERRA FREDDA” IN AFRICA</strong></h3>
<p style="text-align:justify;">Sono soprattutto le controversie legate al <strong>Sudan</strong>, a montare polemiche molto rilevanti nel confronto internazionale. Nel 2004, osservatori occidentali accusavano la Cina di aver affossato il pacchetto di risoluzione già preparato dall’Onu contro il Sudan, annoverato tra gli Stati-canaglia dall’amministrazione George Bush nel 2002, per scopi di convenienza commerciale, dal momento che la Cina aveva già investito circa 1,5 miliardi di dollari nel Paese, costruendo pozzi petroliferi, 600 km di oleodotti, raffinerie e porti.</p>
<p style="text-align:justify;">-          <strong>Sudan</strong> – il Sudan è il <strong>sesto motore petrolifero d’Africa</strong>, con una capacità di produzione stimata in 457 migliaia di barili al giorno[. Gli investimenti energetici della Cina sono ingenti, tanto che in Sudan, il gigante d’Asia riesce a soddisfare il 7% della sua domanda interna. La polemica umanitaria è scoppiata da diversi anni in Occidente, specialmente per quanto riguarda il <strong>Darfur</strong>, una regione occidentale del Paese africano, che ancora oggi è in guerra alla ricerca di un’indipendenza definitiva da Karthoum, e il <strong>Sud Sudan</strong>. Pur pescando a piene mani da rivalità e ostilità storiche tra la popolazione nera indigena (maggioranza nel Darfur) e la popolazione di origine araba (maggioranza nel resto del Sudan), si è arrivati ad una vera e propria guerra solo a partire dal 2003, allorquando furono creati due movimenti politico-militari secessionisti, sospettati dal Governo di Karthoum di avere rapporti con Stati Uniti ed Israele. È opportuno notare che queste due regioni del Paese, sono le più ricche di petrolio, e risulta evidente che il Presidente <strong>Omar Hasan Ahmad al-Bashir</strong>, rientri nella sfera di protezione di Pechino, interessata alla stabilizzazione dell’integrità nazionale, attraverso un’opera di mediazione che, pur presente, ovviamente non può prescindere dalla legittimità e dalla sovranità politica, indiscutibile sino a prova contraria, del Governo del Sudan. Recentemente è stata la stessa Pechino a tacciare di inattendibilità e falso un rapporto dell’Onu, che vedrebbe la Cina coinvolta nell’armamento delle truppe governative contro i movimenti indipendentisti.</p>
<p style="text-align:justify;">L’espansione a macchia d’olio della Cina in Africa, ha comunque dato luogo ad un dissesto totale degli equilibri imposti per anni dal Fondo Monetario Internazionale e dalle compagnie petrolifere statunitensi, inglesi ed europee, alla maggior parte di queste nazioni, spesso assolutamente inerti di fronte ad una decolonizzazione praticamente solo formale. Non soltanto la presenza di colossi occidentali come <em>Total</em> e <em>Shell</em>, fortissima soprattutto nella fascia occidentale africana e nelle zone meridionali, viene oggi pesantemente ridimensionata dalla presenza cinese, ma è la stessa influenza occidentale sulle complesse vicende politiche ed economiche e sulle complicate leadership emerse negli ultimi venti anni in queste regioni, a rarefarsi quasi completamente. In ogni caso possiamo suddividere l’azione di cooperazione per ora più forte, tra la Cina e l’Africa, in tre aree geopolitiche ben definite.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong> </strong><strong>Fascia Nord-Occidentale</strong></p>
<p style="text-align:justify;">-          <strong>Nigeria</strong> – Con un dato impressionante di produzione di ben 2,353 migliaia di barili al giorno (petrolio) e di 27,72 miliardi di metri cubi annui (gas), la Nigeria è il vero <strong>motore energetico dell’Africa</strong>: sono soprattutto le aree di <em>Obiafu</em>, <em>Omoku</em>, <em>Umuobo</em> e <em>Olomoro</em> a costituire i principali siti di estrazione. Situato sulla costa occidentale, questo Paese è stato, purtroppo, vittima, fino a pochi anni fa, di un vero e proprio teatro di guerra civile permanente, tra tentativi di democratizzazione e golpe militari, in un drammatico scenario di evidente <strong>impoverimento sociale</strong> e di <strong>destabilizzazione politica</strong>. Dopo i dissesti militari degli Anni Ottanta e Novanta, la Nigeria è tornata, da alcuni anni, ad avere un proprio ordinamento costituzionale, che ne fa una Repubblica Federale suddivisa in Stati interni. Tutto questo ovviamente ne rafforza, in certi zone, pesanti rivendicazioni secessioniste, soprattutto per quel che riguarda il <strong>Delta del Niger</strong>. La Cina ha da poco rafforzato la sua presenza, con un accordo siglato circa sei mesi fa, che prevede un contratto firmato alla pari da <em>Nigerian National Petroleum Corporation</em> e <em>China State Construction Engineering Corporation</em>, dove l’investimento, valutato in ben 23 miliardi di dollari, delle compagnie di Stato della Repubblica Popolare è volto alla costruzione di raffinerie all’interno del Paese, per migliorare la produzione e la distribuzione interna e per abbattere i costi di importazione del prodotto lavorato.</p>
<p style="text-align:justify;">-          <strong>Niger</strong> – Forte della sua rilevante estensione spaziale, ed incuneato tra la Nigeria, il Ciad, il Mali, la Libia e l’Algeria, il Niger ricopre la fascia geografica del Sahara che vede il passaggio dalle zone desertiche alle zone centrali e fluviali, confermandosi un pivot di assoluta importanza strategica e commerciale all’interno del Continente. Destabilizzato ancora una volta dopo l’ultima deposizione del Presidente <strong>Tandja Mamadou</strong> nel febbraio 2010, e ancora insabbiato nelle secche di una povertà drammatica, questo Paese non gode di primati energetici come alcuni dei suoi più noti vicini, ma risulta assolutamente fondamentale nella misura in cui la Cina intenderà intensificare la sua rete di cooperazione, coinvolgendo quanto meno le due zone – nord e centro – della fascia occidentale del Continente. Il volume di affari tra i due Paesi è notevolmente cresciuto in pochi anni, sino a giungere, nel 2005, a 34 milioni di dollari. La situazione, dopo il cambio al vertice delle istituzioni, è incerta, ma gli investimenti cinesi in questa regione sono ancora notevoli.</p>
<p style="text-align:justify;">-          <strong>Mali</strong> – proseguendo nella dorsale nord-occidentale dell’Africa, è il Mali ad aver attratto l’attenzione di Pechino. Qui, al contrario delle vicine Nigeria ed Algeria, non vi sono primati energetici, bensì eccellenze legate all’agricoltura e alla lavorazione del cotone. La ricerca della risposta ad un fabbisogno alimentare e ad una seria autodeterminazione nazionale ha ricoperto tutto il periodo della seconda metà del Novecento: dopo il fallimento del programma simil-marxista di <strong>Keita</strong> negli Anni Sessanta, e i seguenti golpe di matrice militare, il Pan-Africanismo non sembra essere del tutto scomparso, e, in un contesto sicuramente più democratico, l’unità e l’alleanza continentale dinnanzi alle principali questioni sociali dell’Africa, restano i primi obiettivi del Governo del Presidente <strong>Amadou Touré</strong>. Il rapporto bilaterale tra le due nazioni risale all’era di <strong>Mao Tse Tung</strong>, e già prima della nascita del FOCAC, l’interscambio tra Cina e Mali aveva prodotto diverse collaborazioni in termini assistenziali. Nel solo 2008 il volume di affari tra i due Paesi ha raggiunto i 200 milioni di dollari, e coinvolge soprattutto lo sviluppo tecnologico integrato al settore primario. Resta il problema della destabilizzazione interna causato dalla conflittualità del secessionismo Tuareg.</p>
<p style="text-align:justify;">-          <strong>Mauritania</strong> – affacciata sull’Atlantico, la Repubblica Islamica della Mauritania, rappresenta un partner abbastanza affidabile per Pechino sin dal 1965, nonostante rechi con sé il pesante e gravoso status di zona “border-line” tra Africa “arabizzata” (detta anche <em>Maghreb</em>) e Africa “nera”. Se fino al 2005, non si hanno note di estrazioni petrolifere all’interno di questo territorio, nel 2006 il Paese ha registrato una produzione di 31 migliaia di barili al giorno. Il dato non è solo un emblematico indice della presenza di materie prime, fino ad allora ignote o non sfruttabili, ma è presumibilmente connesso agli investimenti della Cina negli anni precedenti che, proprio nel 2005, hanno toccato quota 78 milioni di dollari. Pesano sul Governo di Nouakchott, pesantissime destabilizzazioni politiche, che negli ultimi anni hanno coinvolto l’ormai defenestrato Presidente <strong>Sidi Ould Cheikh Abdallah</strong>, deposto da un golpe militare partito dalle stesse fila del suo Governo.</p>
<p style="text-align:justify;">-          <strong>Algeria</strong> – indubbiamente, con i suoi dati impressionanti, specie in riferimento alla produzione di gas naturale (96,63 miliardi di metri cubi annui) e alla produzione petrolifera (2,194 migliaia di barili al giorno), è Algeri a confermarsi tra i principali attori strategici nella partita globale in Africa. La Presidenza <strong>Bouteflika</strong> (da molti considerato un delfino dell’ex Presidente <strong>Boumedienne</strong>), ha garantito, a partire dall’inizio del nuovo secolo, una prima vera e propria stabilità politica all’Algeria, dopo le tragedie degli Anni Novanta, allorquando un’ondata di integralismo islamico scaraventò il Paese in un clima feroce di contrapposizione. Nel 2004, l’Algeria ha concluso un fondamentale accordo con la Cina di Hu Jintao, dove fu stabilito l’inizio di una cooperazione strategica specifica che, già un anno dopo, aveva visto aumentare l’interscambio tra i due Stati fino a 1,77 miliardi di dollari.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Fascia Sud-Orientale</strong></p>
<p style="text-align:justify;">-          <strong>Tanzania</strong> – trasferendoci sulla costa orientale africana, dalle parti dell’immenso <em>Lago Vittoria</em>, sarà possibile comprendere nel dettaglio, gli obiettivi più recenti di Pechino: la Repubblica della Tanzania è relativamente giovane, almeno sul piano politico-amministrativo, e nasce sulla base della ridefinizione post-coloniale (tedesca e inglese), come l’unione tra il Tanganica e lo Zanzibar. Le potenzialità energetiche di questa regione non sono ancora note, poiché non sono state mai sfruttate, ma, secondo analisi morfologiche dei territori, soprattutto di quelli particolarmente montuosi, potrebbe contenere della autentiche <strong>riserve di minerali preziosi</strong> quali ferro, carbone e zinco, oltre a presumibili massicce riserve di uranio. La Cina, favorita anche da una stabilità interna assai rara e garantita dalla sostanziale preponderanza del vecchio <em>Partito della Rivoluzione</em> fondato dall’ex Presidente <strong>Neyerere</strong>, in questo caso è impegnata proprio nel settore delle costruzioni e delle infrastrutture, tanto che a metà del 2010, ben 12,5 milioni di dollari sono stati riservati alla costruzione di un complesso in grado di produrre 300.000 tonnellate di cemento annue, nel tentativo di dare un definitivo impulso economico al porto di <strong>Kilwa</strong> e alla sua strategica regione. L’azione della Repubblica Popolare Cinese è a tutto campo e coinvolge anche un contratto di oltre 63 milioni di yuan (pari a circa 9 milioni di dollari), per un centro di assistenza cardiaca, che sarà completato nel giro di poco più di un anno.</p>
<p style="text-align:justify;">-          <strong>Kenya</strong> – sospeso tra la Tanzania e la Somalia, lungo la dorsale della <em>Rift Valley</em>, il Kenya è un autentico snodo strategico tra le zone profonde dell’Africa e gli Stati affacciati verso le coste della Penisola Araba. Gli affari tra Pechino e Nairobi hanno già raggiunto i 475 milioni di dollari nel 2005 e coinvolgono soprattutto il settore terziario, in cui primeggia il turismo, che porta ogni anno diverse compagnie di viaggio cinesi a privilegiare questi luoghi. I vantaggi bancari nei prestiti garantiti da Pechino alle piccole e medie imprese autoctone (circa 50 milioni di dollari, con interessi variabili dal 3% al 7% in sei anni) per la modernizzazione tecnologica e infrastrutturale del Kenya, sono stati sottolineati dallo stesso Presidente <strong>Mwai Kibaki</strong>, che si è detto soddisfatto che il suo Paese sia ormai diventato il primo beneficiario di questo speciale Fondo Cinese per le Piccole e Medie Aziende destinato all’Africa.</p>
<p style="text-align:justify;">-          <strong>Mozambico</strong> – Un altro potenziale primato energetico, ancora ignoto, potrebbe essere quello legato al Mozambico, nazione costituita da una autentica striscia geografica verticale che si inoltra nel profondo Sud dell’Africa. Fino al 2004, i dati relativi alla produzione di materie prime erano pressoché nulli. Nel triennio 2004-2006, incredibilmente la produzione di gas naturale faceva, al contrario, segnare un dato in costante crescita che, seppur contenuto (1,34 – 2,23 – 2,67 miliardi di metri cubi annui), evidenzia un campo vastissimo ancora in fase di esplorazione, e la presumibile mano cinese dietro questo improvviso sviluppo nel settore gasifero. La sua posizione, direttamente esposta sull’Oceano Indiano, rientra in quei requisiti fondamentali che stanno avvicinando sempre più il mercato asiatico all’Africa. Anche qui l’impegno di Pechino è notevole, e può avvalersi di una buona stabilità politica, ormai assestata dopo la guerra civile degli Anni Ottanta che vide contrapposte le due fazioni del <em>Frelimo</em> (socialista e filo-sovietico) e del <em>Renamo</em> (anti-comunista e filo-occidentale). Il Presidente <strong>Armando Guebuza</strong> (proveniente dalle fila del <em>Frelimo</em>) è oggi ampiamente riconosciuto come un leader misurato e capace di seguire una linea politica non ostile nei confronti dell’apertura al mercato. La Cina non ha perso tempo e, attraverso due banche nazionali (la <em>Export-Import Bank</em> e la <em>Chinese Bank for Development</em>), ha messo a disposizione 165 milioni di dollari per tre progetti da realizzare nel brevissimo termine, tra cui una grande centro di produzione del cemento a <em>Sofala</em>, il completamento dell’Aereoporto internazionale di <em>Maputo</em>, ed un impianto di raccolta e lavorazione del cotone a <em>Magude</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">-          <strong>Mauritius</strong> – piccole e stanziate al largo della costa africana, le Isole Mauritius sono una delle mete turistiche più note nel mondo occidentale. Eppure, Port Louis resta ancora oggi un fondamentale approdo navale nelle grandi rotte commerciali dell’Oceano Indiano. La sua multi etnicità (oriundi indiani, pakistani, cinesi ed occidentali) è una componente tipicamente insulare, e la presenza di una discreta quota di cittadini di origini cinesi aiuta non poco i rapporti bilaterali tra i due Paesi. L’introito economico è derivato soprattutto dal turismo e dai servizi, tanto che la Cina aveva già investito 186 milioni di dollari nel 2005. Stando a quanto affermato dalle principali autorità politiche, la Repubblica delle Isole Mauritius dovrebbe aprire ancora più al mercato la sua economia, attirando le mire di India e Cina. La posizione strategica, come passaggio quasi obbligato lungo le rotte principali dell’Oceano Indiano, ne evidenzia le potenzialità.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Fascia meridionale</strong></p>
<p style="text-align:justify;">-          <strong>Zimbabwe</strong> – penetrando all’interno della zona più estrema dell’Africa Meridionale, troviamo lo Zimbabwe. Caratterizzata per molti anni dal nazionalismo a tinte marxiste di Robert Mugabe, questo Paese ha visto accendersi la miccia di uno scontro molto forte nel conflitto tra indigeni e coloni soprattutto negli Anni Settanta e Ottanta. Rimane ostile il rapporto con l’Occidente (addirittura a Mugabe è tutt’ora vietato l’ingresso in Europa e negli Stati Uniti) ma la situazione è oggi sicuramente più stabile, e la Cina può senz’altro intervenire in aiuto di un Paese col quale, già nel 2005, il giro d’affari raggiungeva quota 283 milioni di dollari. L’impegno cinese con il Presidente Mugabe riguarda soprattutto il settore agricolo, dove la <em>Chinese Development Bank </em>ha garantito coperture facilitate e convenienti per la realizzazione di diversi progetti legati all’irrigazione e allo sviluppo tecnologico nel settore primario, così come stabilito nel grande piano redatto presso la Terza Conferenza Ministeriale del Forum Cina-Africa, a Pechino nel 2006.</p>
<p style="text-align:justify;">-          <strong>Sud Africa</strong> – Con dei dati in leggero calo negli ultimi anni, ma sostanzialmente notevoli, la produzione energetica del Sud Africa di Mandela, può vantare un mercato florido. Dopo le drammatiche vicende del colonialismo inglese e olandese e la triste fase della segregazione razziale, oggi il Sud Africa resta un Paese sospeso tra lo stridente sviluppo nelle enormi aree metropolitane e una miseria dirompente nelle aree ultra-periferiche. La Cina sta investendo tantissimo nel Paese, con un interscambio che nel 2005 si assestava intorno ai 7 miliardi di dollari, per una serie di relazioni bilaterali che vanno dallo sviluppo agricolo alle infrastrutture, ma che lasciano supporre anche altre aree produttive. Il Sud Africa è infatti un vero e proprio giacimento di uranio, che da moltissimi anni sta sviluppando un florido mercato fondato sull’estrazione in campo minerario, attirando ipoteticamente la Cina, sempre alla ricerca di una diversificazione dell’approvvigionamento energetico, che ovviamente non rinuncia certo alle centrali nucleari, evitando così le emissioni inquinanti e i costi ingenti del trasporto e della lavorazione, che le materie prime solitamente impongono.</p>
<p style="text-align:justify;">L’impegno cinese è dunque vastissimo e, pur riguardando principalmente queste zone particolari, si è nei fatti espanso a tutto il Continente, risvegliando l’attenzione occidentale, e di Washington che, allarmata e preoccupata per le crescenti relazioni tra il gigante orientale e l’Africa, cerca in ogni modo di contenerne la portata e l’ulteriore incremento. L’<strong>AFRICOM</strong> (<em>Africa Command</em>) è forse la risposta più preoccupante e decisiva del Dipartimento di Stato americano, al rapido sviluppo della sfera di influenza di Pechino nelle regioni dell’Africa. Pensato e progettato durante gli anni dell’amministrazione Bush, sull’onda idealistica della lotta al terrorismo globale (di cui Somalia, Eritrea, Marocco, Tunisia, Libia, Algeria, Mauritania sarebbero – secondo alcuni analisti occidentali – focolai latenti), questa <em>taskforce</em> con sede ufficiale a Stoccarda in Germania, si è, dal 2008, impiantata in numerose basi strategiche dell’Africa, ampliando, negli ultimi due anni, la presenza costiera attraverso l’apposita convezione <em>African Maritime Law Enforcement Program</em> (AMLEP). La visita di Obama ad Accra (Ghana) nel 2009, ha confermato gli impegni presi dall’intelligence atlantica, sostenendo l’importanza delle relazioni tra Stati Uniti d’America e Africa, nell’alveo del programma di sviluppo per i Paesi Africani.</p>
<p style="text-align:justify;">Ritenendo nei fatti piuttosto propagandistico questo scopo dichiarato, alla luce dell’impoverimento evidente del Continente Nero negli anni della decolonizzazione e dei disastrosi risultati maturati sotto la gestione del Fondo Monetario Internazionale, è chiaro a tutti che lo scopo, implicito e malcelato, sia quello di contenere gli investimenti cinesi con la forza militare, da usare in caso di necessità. L’auspicio è ovviamente nella direzione esattamente opposta, ma tutto lascia supporre che questa fase stia nei fatti ponendo tutti i fattori geopolitici sufficienti a scatenare una nuova Guerra Fredda, pur su termini molto diversi rispetto al passato.</p>
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		<title>La Cina lancia il suo 12° Piano quinquennale</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 20:54:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto De Tullio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e Socialità]]></category>
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		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_101" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2010/10/green-chinese-flag.jpg"><img class="size-medium wp-image-101" title="green-chinese-flag" src="http://giulemanidallacina.files.wordpress.com/2010/10/green-chinese-flag.jpg?w=300&#038;h=244" alt="" width="300" height="244" /></a><p class="wp-caption-text">La Cina verso la &quot;green economy&quot;</p></div>
<p style="text-align:justify;">Prenderà il via, a partire dal 2011, il 12 piano quinquennale della Repubblica Popolare Cinese.</p>
<p style="text-align:justify;">Non sono ancora stati resi noti i punti programmatici del piano, tuttavia sono già trapelate informazioni ufficiali sui contenuti del documento che imposterà le priorità del Partito Comunista e del Governo cinese per i prossimi cinque anni.</p>
<p style="text-align:justify;">Priorità assoluta al miglioramento del tenore di vita degli abitanti, perfezionando il sistema dei servizi pubblici in conformità alle esigenze nazionali e promuovendo l’imparzialità dei servizi pubblici, rafforzando nel contempo la capacità di protezione del Governo.</p>
<p style="text-align:justify;">Se attualmente le aziende cinesi si sono concentrare sull’aumento del PIL nazionale, d’ora in avanti la priorità sarà per i governi locali misure efficaci per il miglioramento dell’industria, risparmiando sull’elettricità e tagliando con le emissioni.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-100"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Il Ministro della tutela ambientale, Zhou Zhengxian, ha dichiarato che &#8220;la Cina e&#8217; sotto una pressione senza precedenti, sia dal punto di vista dello sviluppo economico che da quello della tutela ambientale col suo 1,3 miliardi di abitanti. Il vecchio modello di crescita, basato sull&#8217;inquinamento e portato avanti negli ultimi 300 anni dai paesi sviluppati, non e&#8217; applicabile in Cina, e la Cina non puo&#8217; permettersi le perdite causate da un modello di sviluppo simile&#8221;.</p>
<p style="text-align:justify;">E’ chiara quindi la politica cinese, accusata, falsamente, di non voler rispettare l’ambiente a favore della sua immensa macchina produttiva.</p>
<p style="text-align:justify;">Il Dragone cinese (ricordo che il drago in oriente è considerata una creatura potente ma benevola) va avanti dunque, incurante degli attacchi sleali dei suoi nemici, esterni ed interni, per dare un via salda e sicura ad un nuovo Socialismo millenario.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giulemanidallacina.wordpress.com/100/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giulemanidallacina.wordpress.com/100/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/giulemanidallacina.wordpress.com/100/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/giulemanidallacina.wordpress.com/100/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/giulemanidallacina.wordpress.com/100/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/giulemanidallacina.wordpress.com/100/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/giulemanidallacina.wordpress.com/100/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/giulemanidallacina.wordpress.com/100/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/giulemanidallacina.wordpress.com/100/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/giulemanidallacina.wordpress.com/100/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/giulemanidallacina.wordpress.com/100/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/giulemanidallacina.wordpress.com/100/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/giulemanidallacina.wordpress.com/100/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/giulemanidallacina.wordpress.com/100/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giulemanidallacina.wordpress.com&amp;blog=6091040&amp;post=100&amp;subd=giulemanidallacina&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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