Il Partito Comunista Cinese: una delle forze politiche più abili della storia!

Secondo il professore Swaran Singh, docente di studi internazionali all’università J. Nehru di Nuova Delhi, il partito comunista cinese (PCC) “rappresenta uno dei pochi partiti comunisti nel mondo che sono riusciti a sopravvivere a parecchie sfide interne ed internazionali… Il PCC rappresenta il più grande partito comunista nel mondo. E, con l’ascesa della Cina, il partito comunista cinese è stato ormai riconosciuto come una delle più capaci forze politiche nella storia umana” (“CPC at 90°: innovation still key to success”, 16/6/2011, in english.peopledaily.com.cn). Questa abile e capace forza politica, oltre che il più grande patito comunista del mondo, compie il 1 luglio del 1921 il suo 90° anno di vita politica.

Infatti il 1 luglio del 1921 si aprì a Shanghai il congresso fondativo del partito comunista cinese in presenza di dodici delegati (tra cui Mao Zedong), in rappresentanza di soli 57 iscritti riuniti in alcuni circoli marxisti sparsi nel gigantesco paese asiatico. Dopo novant’anni il bilancio complessivo del PCC risulta largamente positivo, seppur segnato a volte da gravi errori di direzione (il “Grande Balzo in avanti”, la disastrosa “Rivoluzione Culturale”, ecc) e da limiti/contraddizioni attuali non ancora superate completamente. Sotto il lato positivo, risulta chiara innanzitutto la linea di continuità espressa dal partito comunista cinese sia in campo organizzativo che dell’identità politica, a partire dall’orgogliosa difesa e rivendicazione
della sua denominazione comunista, durante tutti questi lunghi nove decenni: dei numerosi partiti comunisti sorti e sviluppatisi dopo l’Ottobre Rosso e nel 1917/21, ben pochi (a partire purtroppo da quello russo-sovietico, fondato da Lenin) sono stati capaci di tessere un “filo rosso” di ininterrotta tenuta ed autoriproduzione politico-organizzativa nel corso di quest’ultimo secolo, senza soluzione di continuità e/o abiure, come sono riusciti ad effettuare invece i comunisti cinesi. Che si tratti di un fenomeno importante dovrebbe essere subito evidente per tutti i comunisti italiani, a partire almeno da quella Bolognina di Occhetto che portò alla liquidazione del PCI… In seconda battuta il PCC è riuscito ad esprimere una pluridecennale ed ininterrotta linea di continuità anche rispetto all’orgogliosa adesione di principi al marxismo rivoluzionario e al leninismo. Mentre buona parte dei partiti comunisti europei ha abbandonato ogni riferimento al marxismo-leninismo, spesso considerato nel migliore dei casi come una “roba del passato”, la direzione del PCC invece sottolinea continuamente e pubblicamente l’importanza dello studio (creativo, non meccanico) del marxismo per la progettualità/praxis dei comunisti del gigantesco paese asiatico. Ad esempio un leader autorevole del (PCC) come Xi Jinping ha ribadito il 13 maggio del 2011 la necessità per “i dirigenti ed i quadri del partito di dare grande importanza allo studio delle teorie marxiste e di applicarle creativamente nell’analizzare e risolvere i problemi pratici del paese”; sempre secondo Xi Jinping, “i quadri politici non possono agire senza la guida della filosofia marxista e degli strumenti del materialismo dialettico e del materialismo storico nell’effettuare giudizi adeguati sulle diverse situazioni, nel mantenere la mente fredda nelle situazioni più complesse…”. Materialismo dialettico, materialismo storico, filosofia marxista: ma come sono (per fortuna…) “vetero” ed antiquati, questi comunisti cinesi… Terzo elemento positivo: il PCC è riuscito a portare al successo una gigantesca ed epocale rivoluzione nella più popolosa nazione del pianeta, attraverso un’eroica lotta rivoluzionaria durata ininterrottamente dal 1926 al 1949, sia contro l’imperialismo (occidentale e giapponese) che contro la borghesia monopolistica e i grandi proprietari fondiari autuctoni. Si tratta di una tradizione rivoluzionaria fortemente sentita, difesa ed alimentata dal PCC attuale. Prova ne è anche il gigantesco fenomeno del “turismo rosso”, delle visite di massa di lavoratori, giovani e donne cinesi nei luoghi storici della grande rivoluzione cinese: ad esempio Yenan è stata visitata nel solo 2010 da ben… 14 milioni di cinesi, mentre la cittadina di Xibaipo, dove la direzione del PCC si riunì per dieci mesi a partire dal maggio del 1948, poco prima della vittoria dei contadini poveri/operai del gigantesco paese asiatico, vedrà l’arrivo nel 2011 di “soli” quattro milioni di “turisti rossi”, contro i 640.000 del 2006. Quarto aspetto positivo, la capacità del PCC di mantenere l’egemonia politica sul gigantesco paese asiatico per 62 anni ed a partire dal 1949, soprattutto attraverso tutta una serie di eccezionali risultati positivi ottenuti in campo socioeconomico e politico-sociale. Due soli dati, tra i tanti utilizzabili. A partire dal 1977 il potere d’acquisto reale degli operai cinesi è aumentato di almeno sei volte anche stando alle analisi di studiosi anticomunisti (F. Zakaria), mentre Gillian Mellsop, rappresentante dell’UNICEF in Cina, ha dichiarato nel maggio del 2011 che “il tasso di mortalità dei bambini in Cina è calato del 67% negli ultimi due decenni ed è stata realizzata una completa educazione di base in tutto il paese”, campagne incluse (“Alleviation strategy gives priority to reducing cycle of child poverty”, in english.peopledaily.com, 27/5/2011). Anche se rimangono ancora da risolvere notevoli problemi socioeconomici, a partire dai 9 milioni di minorenni che nel 2010 vivevano ancora in povertà nelle zone rurali cinesi, i passi in avanti rispetto alla situazione esistente nel 1948 (o anche nel 1976…) sono stati ciclopici e di portata epocale. Ulteriore elemento favorevole, il PCC è passato dai 57 iscritti (cinquantasette) del luglio 1921 fino agli 80 milioni di aderenti esistenti all’inizio del 2011. Una crescita di più di un milione di volte sviluppatasi nel giro di nove decenni, che risulta ancora più sbalorditiva considerati i rigidissimi criteri di ammissioni al PCC: nel 2009, infatti, sui circa 20 milioni di persone che si erano impegnate ad aderire al partito ne vennero accettate solo un decimo del totale, alias “soli” due milioni di nuovi militanti (la Lega della Gioventù Comunista cinese conta circa altri ottanta milioni di iscritti). Ultimo aspetto positivo di grande rilievo, la notevole capacità di autocritica sviluppata dal PCC nel corso degli ultimi decenni a tutti i livelli dell’organizzazione. Giustamente D. Losurdo, nel suo ottimo resoconto di una visita effettuata in Cina nel luglio del 2010, aveva sottolineato che: “la prima cosa che colpisce nel corso del colloquio con gli esponenti del Partito comunista cinese e con i dirigenti delle fabbriche, delle scuole e dei quartieri visitati è l’accento autocritico, anzi la passione autocritica di cui danno prova i nostri interlocutori. Su questo punto, netta è la rottura con la tradizione del socialismo reale. I comunisti cinesi non si stancano di sottolineare che lungo è il cammino da percorrere e numerosi e giganteschi sono i problemi da risolvere e le sfide da affrontare, e che comunque il loro paese è ancora parte integrante del Terzo Mondo. Per la verità, nel corso del nostro viaggio il Terzo Mondo non l’abbiamo mai incontrato…” (Domenico Losurdo, “Un istruttivo viaggio di un filosofo”, 24/7/2010). Tutto bene quindi all’interno del PCC? No, ed anzi sono propri i nuovi dirigenti del partito ed i mass-media del gigantesco paese asiatico a denunciare la corruzione che alligna in una parte non irrilevante dei quadri comunisti, i fenomeni abbastanza diffusi di burocratismo e di distacco dalle esigenze popolari emersi in una sezione di funzionari di medio-alto livello, il cattivo uso delle risorse pubbliche che a volte contraddistingue la vita politico-sociale cinese, ecc. Sono reali, concreti, seri elementi negativi che vengono tuttavia ammessi, denunciati ed auto criticati con forza e notevole rigore dal PCC, e soprattutto devono essere inquadrati ed inseriti in un contesto globale (“il vero è l’intero”, sottolineava già Hegel) che vede da più di tre decenni una continua e rapidissima ascesa economico-sociale della Cina Popolare: persino l’arciborghese istituto americano Conference Board ha previsto nel novembre del 2010 che il PNL cinese supererà quello statunitense entro la fine del 2012, utilizzando il criterio della parità del potere d’acquisto. Niente male, per un partito che nel luglio del 1921 contava solo 57 militanti; niente male, per un partito attualmente con più di ottanta milioni di iscritti che a fine giugno del 2011 ritiene giustamente che “il marxismo è la più avanzata e scientifica concezione del mondo nella storia umana, e che esso è l’ideologia guida del Partito Comunista Cinese” (“Comunist Party of China as earned right to lead”, 23 giugno 2011, in english.peopledaily.com.cn).

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